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Il Papà di Giovanna

1h 45'

Regia: Pupi Avati



Che Pupi Avati sia un cineasta essenzialmente narrativo è ovvio persino ricordarlo. Ma che la sua vocazione registica si sia dispiegata incrociando generi diversi e sviluppando, tra di essi, originali contaminazioni è bene sottolinearlo, soprattutto a dispetto di coloro i quali non hanno ancora imparato ad amarlo. A rivedere certi suoi film trascorsi sorprende non poco la qualità di una coerenza stilistica allenatasi con gli anni ad incrociare ironicamente trame ed atmosfere dell’horror come del thriller (si veda il suo recente Il Nascondiglio), del film "in costume" come della commedia sofisticata, della farsa grottesca (chi ricorda La Mazurka del Barone con Ugo Tognazzi?) come del film musicale. Da buon narratore, Avati propone come elemento fondante delle proprie opere il Tempo, evidenziandone sempre la funzione drammaturgica. Questo è un dato da tenere presente per l’approccio alla nuova sua fatica, arrivata con successo all’ultimo festival di Venezia dove il protagonista Silvio Orlando si è aggiudicato una meritatissima Coppa Volpi. Parliamo de Il Papà di Giovanna, dramma familiare ambientato nel cruciale periodo che va dal 1938 al 1953 in Italia. Una lineare traiettoria temporale che però fa i conti con gli scarti di memorie dolorose e traumi originari capaci d’incidere sul vissuto dei protagonisti. A tali scarti il regista ci ha abituati fin dai tempi di Festa di Laurea dove il minimale avvenimento di un bacio creava l’emotivo cortocircuito del personaggio principale, dieci anni più tardi, in occasione della festa spartiacque. Date emblematiche sono poi quelle di Una Gita Scolastica (Il 1914 del gorgo della Grande Guerra), di Storia di Ragazzi e di Ragazze (il 1936 del fascismo che mostra il proprio volto più feroce) e de Il Testimone dello Sposo (il 1899 che apre le porte del secolo nuovo). Nel sottovalutato Dichiarazioni d’Amore ancora una volta un conflittuale rapporto adolescenziale, vissuto nel 1948, espandeva la propria influenza sino al drammatico epilogo nel presente, e questo con un ricorso al flashback dalla prospettiva di un uxoricida che si è tolto la vita dopo l’insano omicidio della moglie traditrice (un espediente narrativo alla Viale del Tramonto). Non sorprende, dunque, la nonchalance narrativa con la quale Avati affronta le contrastate atmosfere del suo nuovo racconto, immerso nelle fatiscenti cupezze di un Paese che si prepara ad affrontare una guerra, le conseguenze del fascismo e una dolorosa ricostruzione della propria identità nazionale sulle rovine di una Apocalisse provocata dagli uomini.
Il Papà di Giovanna è anche un trasfigurato amarcord che ha ispirato al nostro autore parallelamente sia il film che il romanzo pubblicato da Mondadori. E diciamo subito che la componente letteraria, pure presente nello script, non inficia la scioltezza di una narrazione che sa esplorare a tutto tondo le lancinanti incertezze emotive dei personaggi, tratteggiati tutti (anche i minori) con cura speciale.

Entriamo così nel microcosmo di Michele Casali (lo straordinario Orlando), professore di storia dell’arte ingenuo e sognatore, protettivo padre dell’adolescente Giovanna, segnata da una bellezza inespressa che accentua la sua endemica fragilità fino a farla chiudere nel proprio mondo blindato di frustrazioni e rancori incipienti (ad interpretarla è Alba Rohrwacher il cui notevole talento non fa qui che confermarsi). Il rapporto tra i due scaturisce da una similitudine caratteriale che si scioglie in una specialissima, quasi morbosa, forma di solidarietà. Affezione instabile è invece quella di Delia (una brava Francesca Neri) che ha sposato infelicemente Michele lasciandosi alle spalle un passato da modella di pittori arrivando così a Bologna: lei non riesce ad amare né il marito né l’infelice figlia. Ma un avvenimento di quel 1938 scatena la tempesta psicologica che piega questo già scricchiolante nucleo familiare: Giovanna uccide la propria compagna di banco, Marcella Traxler (Valeria Bilello), che le è amica ma di cui ella è gelosa nel momento in cui crolla ogni illusione amorosa nei riguardi di Cicci Dalmastri (Antonio Pisu), l’idolo delle adolescenti nel liceo frequentato dai tre.
Così conquista un primo piano la presenza di Sergio Ghia, ispettore della Polizia di Stato ed intimo amico di Michele (un personaggio dalla friabile caratura giustamente affidato alla maschera di Ezio Greggio, al suo debutto in un ruolo drammatico ma che non sorprende vedere in divisa dati i suoi trascorsi in più surreali caratterizzazioni nella fiction nostrana). Questi, sposato con Lella (Serena Grandi), resa invalida da una flebite che le ha anche provocato un appesantimento fisico, cova una passione (non consumata e comunque ricambiata) per Delia diventando poi l’addolorato, principale testimone del dramma dei Casali. Giovanna subisce, nel fatidico 1939, un processo che la condanna ad essere internata nel manicomio psichiatrico di Reggio Emilia per sette lunghi anni fino alla libertà ottenuta, giusto nel 1945, all’età di 24 anni.

Se non sfuggono gli impalpabili rilievi metaforici di questa intensa storia privata, è pur vero che Avati asseconda stavolta più che mai la propria propensione alla sottrazione e al minimalismo poetico lasciando che la difficile materia della propria narrazione, ancora una volta concentratasi (come in La Cena per Farli Conoscere con uno straordinario Diego Abatantuono) attorno agli intricati nodi della paternità, fluisca quasi naturalmente, assecondata da un’abilità compositiva mai estetizzante né enfatica.
Quello che è venuto fuori è sicuramente uno dei film più addolorati ed intensi del regista: il suo evidenziare, con umanistica grazia, le screziature dei sommovimenti emotivi di un padre sacrificato e di una figlia che esplode psichicamente in conseguenza di un mancato colloquio concreto con la realtà che la circonda, è davvero l’esempio di come vanno esposti gli elementi del gusto e del retrogusto in una storia. Detto questo, non appare un caso che tale conflitto di passioni celate e trasfigurate abbia come cornice storica la furia di un’epoca dove il silenzio è stato imposto dalle marce ragioni di una ideologia totalitaria. La doppia Liberazione, quella di un popolo segnato e quella di Giovanna, offre l’occasione ad Avati di rappresentare l’ansia di un riscatto emotivo, magari da vivere soddisfacendo il proprio desiderio d’amore, che già aveva acquistato una drammaturgica consistenza in La Seconda Notte di Nozze dove il personaggio di Antonio Albanese esponeva le proprie stimmate da elettroshock della sfiorata esperienza di una contenzione manicomiale.
Non sottraendosi alla necessità di affrontare direttamente le conseguenze brucianti delle complesse relazioni dei suoi protagonisti, nel mostrare l’inferno quotidiano provocato dai sismi della mente, Avati conduce la sua vicenda ad un esito che non vogliamo raccontarvi, coniugandola a quell’inverno del 1953 che vede palesarsi, nell’Italia umiliata ed offesa, uno spontaneo afflato rivolto alla necessità della ricostruzione. La toccante colonna sonora di Riz Ortolani ammanta con sottolineature discrete e contrappunti essenziali il tessuto sottile di questo intrigo privato animato dal duraturo valore di un legame tra padre e figlia capace di travalicare ogni barriera temporale, spingendoci nella zona di quei miti originari a cui la buona letteratura ed il buon cinema sanno tendere in nome e per conto dei principi dell’umano ancora, come sempre, correnti e riconoscibili.

© 2008 reVision, Francesco Puma