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L'Alba del Giorno Dopo

The Day After Tomorrow - 2h 04'

Regia: Roland Emmerich



Perché "tomorrow", domani (?). Solo perché esiste già un The Day After - Il Giorno Dopo (Nicholas Meyer, 1983) o L'Alba Del Giorno Dopo, dei morti viventi, in un gioco non troppo paradossale tra titoli originali e (sotto)titoli italiani: perché, in effetti, il filone catastrofico apocalittico è forse l’unico genere possibile a livello d’immaginario, che non resiste alle infiltrazioni storiche, anzi le elabora, come un gran contenitore rivelatore d’emozioni, paure, angosce, incubi. Forse l'unico genere pregnante, autentico luogo del fantastico, spettacolare, d'effetto (speciale), d'intrattenimento che (si) fa (sempre più) pe(n)sare. Perfino - si vocifera - che dietro le allusioni ironiche alle migrazioni in senso inverso, di migliaia di statunitensi verso le "salvifiche" oasi messicane "semprecalde", al sicuro dai freddi gelidi, ci sia il grande bluff informativo sulla reale situazione climatica mondiale che Emmerich, altra faccia(ta) imprevedibile di un paladino "diretto" alla Moore, si diverte a rappresentare dentro il Giocattolone roboante del Disaster Movie.
La paura, oggi, è che tutti i film, le immagini fantasiose, fantascientifiche siano molto più scientifiche e veritiere di quanto si possa supporre. Dietro ad ogni Godzilla, c'è la probabilità insondabile, di un grattacielo abbattuto, senza scollamento d'immagine, solo cadaveri veri che bruciano, uomini e donne che si lanciano nel vuoto, mentre le strutture d'acciaio si sgretolano di fronte agli occhi di spettatori voyeur per forza di gioco snuff.

La Fantascienza cinematografica consiste oggi in questo svago tra vero/falso dentro la pelle ambigua della partecipazione estetico/emotiva. Tutto il resto è luogo comune attraversato e riattraversato, come la Statua della Libertà parzialmente visibile di tutti I pianeti delle scimmie (memorabile scollamento tra spazio tempo). Mentre i segni di tutte le apocalissi contemporanee rimandano sempre al qui ed ora, muro di gomma, su cui rimbalzano tutti gli oggetti possibili. Anche i film di "Storia", del resto, basta vedere uno degli ultimi esempi come Troy, non fanno altro che attualizzare tutti i movimenti di vissuto, le eredità psicologiche, antropologiche, adattando i materiali ad un senso perverso dell'attualità che non riesce a vedere l'Altro e il Diverso nella sua forma accettabile/inaccettabile. Tutto deve essere ricondotto alla percezione unica, omologata di uno spettacolo mirabolante, dove luci ed ombre sono indistinguibili. Ma gli scarti, le piccole arguzie narrative, i vicoli (non sempre) ciechi, o le false piste diventano centri più intensi di significato: accuse, rivelazioni, proteste o almeno dubbi (sempre più grandi).

Il cinema americano con la sua maschera/gigantesca macchina dello spettacolo è molto più sincero di tanto altro cinema apparentemente consapevole degli argomenti trattati, messi in scena, come potrebbe essere la tipologia de Le Invasioni Barbariche (non a caso clone posticcio dell'originale Il Declino dell'Impero Americano) o lo stesso documentario alla Moore. Però con questo non voglio dire che Godard ha ragione ad accusare Michael Moore (di fare il gioco di Bush). Tutt'altro, perché nell'opera del vincitore dell'ultima palma a Cannes c'è un gran gioco di ribaltamento di posizioni autoritarie che è cinema. Roland Emmerich rappresenta le "curve", gli "scricchiolii", le fenditure di un cinema che si è fatto negli ultimi 30 anni, da L'Inferno di Cristallo a Terremoto, ma con una sottotraccia "politica" sempre più miccia esplosiva. The Day After Tomorrow cerca d’articolare alcuni snodi narrativi attorno all'ambivalenza del rapporto tra presidente e vicepresidente americani, e poi, ancora più forte, la consapevolezza di una responsabilità di fronte ad un’ottusità inspiegabile e infine la più incredibile ammissione di colpa.
Queste sono le mentite spoglie dell'attuale disaster movie, visionariamente da archiviare, nei dieci quindici minuti di stupore per le rotazioni impressionanti di tornado e per le distruzioni che comprendono ancora molto significativamente il luogo generatore d'immaginari, vale a dire la scritta Hollywood, e lo skyline di Manhattan perennemente violato da tutti i film di genere catastrofico e non, come spazio definitivamente deterritorializzato, terra di nuova conquista, come lo si poteva vedere dall'ottica di Gangs of New York, oppure semplicemente svanito come in A. I. - Intelligenza Artificiale.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna