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The Gift1h 52'
Regia: Sam Raimi Brixton, Georgia. Annie (Cate Blanchett) è una cartomante dolce e sensibile, che per la piccola comunità in cui vive è anche un po’ psicologo
e un po’ confessore. Ma la morte della giovane Jessica, ripescata dal fondo di una palude, sconvolge la sua esistenza...Il vero Raimi si riconosce in due momenti, bellissimi oltre ogni limite: l’apparizione onirica della nonna di Annie, dietro un lenzuolo steso ad asciugare, e soprattutto lo spaventoso (e troppo, troppo breve) "emergere" di Jessica, cadavere incatenato grondante acqua, che galleggia nella notte, tra gli alberi, sopra la testa di Annie. Non un flashback, non un’allucinazione, ma qualcosa di dolorosamente fisico che si interpone nello spazio della realtà, rivelandoci come la vera palude del delitto si estenda molto al di sopra delle sue apparenti rive, e sommerga ormai l’intero nostro mondo melmoso di odio e di ricordi. È questa la pura gratuità visiva che rende o rendeva grande Raimi, e che proviene dritta da Méliès. Quella stessa che di punto in bianco faceva spuntare due teste a Martin Campbell ne L’Armata Delle Tenebre, o che rendeva miracolosamente varie e avvincenti due ore ininterrotte di duelli di pistola nel sottovalutato Pronti A Morire. Tutto il resto è routine: la solita sensitiva che tutti dileggiano ma che poi risolve il mistero da sola, il maniaco depressivo che disprezza suo padre ma che confida nella sensitiva, una scena di processo infinita e inutile, l’ennesimo rubinetto che gocciola sangue, banali scritte sataniche, una stupida matita che rotola giù dalla scrivania (e ci associamo qui ad un vecchio accorato reclamo di Marcello Walter Bruno: in pieno 2001, per il rispetto dovuto all’osso/astronave di Kubrick, auspichiamo la fine delle immagini rallentate di oggetti in caduta). L’impressione, insomma, è quella di un regista che da sempre sa di possedere un "dono"
(il senso della gratuità e della libera invenzione narrativa), ma che, a differenza della sua Annie, fa di tutto per nasconderlo, bisognoso com’è di farsi credere
"normale" e di farsi accettare dalla potente comunità che gli dà da vivere. Eppure bastava così poco per dare una piccola scossa all’intero film... Perché ad esempio, invece del solito colpevole che tutti hanno già intuito alla fine del primo tempo, la sceneggiatura non ha reso assassina la stessa Annie? In fondo, tutte le carte giocavano in questa direzione: Annie uccide Jessica perché segretamente attratta dal futuro marito della ragazza, e i buchi nelle sue visioni sarebbero dovuti alla lotta del suo subconscio, indeciso se cancellare o rivelare il misfatto. Un beffardo ribaltamento in pieno stile Raimi, che forse avrebbe giustificato tutta la noia precedente... Comunque sia, senza essere chiaroveggenti, si può tranquillamente prevedere che i fedeli di Raimi faranno a gara per regalare astrusi significati a ciò che probabilmente è soltanto vacua piattezza. Uno sforzo ingrato, pur di non abbandonare l’ennesimo autore americano che a poco a poco, film dopo film, si impantana nella palude del mestierante. © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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