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Il Mio Amico GiardiniereDialogue avec Mon Jardinier - 1h 47'
Regia: Jean BeckerE non c’è mai stata una donna al mondo / che io abbia amato quanto ho amato te, / come non c’è nessuna cosa al mondo, / che non farei perché restassi con me, / ma sta sicuro che dovunque tu vada / io scoprirò dov’è. (Roberto Vecchioni, "Amico mio") Per noi animali metropolitani, frequentatori dell’inquinato caos quotidiano, lo scenario
agreste riserba sorprese refrigeranti solo a vederlo evocato sullo schermo. Il Gran Teatro della Natura, ideale contenitore di
storie e temi figurativi alludenti a quella che un tempo si chiamò l’epica del quotidiano, è davvero uno spazio mitologico da
riservare al desiderio di un’armonia esistenziale impossibile da conquistare. Ci accontentiamo di vederlo ancora una volta evocato,
quest’agognato mondo rurale che fu lo spazio generatore dei Renoir (prima il pittore e poi il cineasta), grazie a Jean Becker
e alla sua nuova perla arrivata di recente nelle sale, Il Mio Amico Giardiniere. Jean, che è figlio di quel Jacques a
cui si devono capolavori d’epoca come Casco d’Oro e Grisbi, ci ha abituati ai prediletti suoi sconfinamenti nella
campagna francese, sfondo di film che esibiscono il piacere della narrazione classica (alla Marcel Pagnol, per intenderci) mai
privandoci della piacevole brezza dell’ironia. Ricordiamo la deliziosa partitura de I Ragazzi del Marais, ambientata
negli anni ’30, e l’atmosfera pungente di Effroyables Jardins – I Giardini Crudeli della Vita, gioiello d’equilibrio
compositivo che ha per fondale la tragedia dell’ultima guerra mondiale, incredibilmente rimasto inedito per il grande schermo
ma recuperabile in Dvd.Sceneggiato dal fedele Jean Cosmos, assieme a Jacques Monnet e allo stesso regista, quello che in originale s’intitola emblematicamente Dialogue avec Mon Jardinier è tratto dall’omonimo romanzo (ancora non pubblicato in Italia) di Henri Cueco i cui dialoghi sono stati fedelmente trasposti dalle pagine allo schermo (come sottolineano i titoli di testa). Si tratta di un’amicizia iniziatica che ha per protagonisti due personaggi che, al posto del nome, esibiscono delle qualifiche evidenziate dai tautologici soprannomi attribuiti loro: Del Quadro e Del Prato. Il pittore è Daniel Auteuil, interprete capace di scrupolose sottigliezze psicologiche e di un’aggraziata naturalezza che con generosità lascia spazio all’esibizione dei colleghi (la sua presenza in contesti campagnoli è una piacevole consuetudine dopo il dittico Jean De Fiorette e Manon delle Sorgenti e, accanto a Sabine Azéma musa ispiratrice di Alain Resnais quella volta lei nei panni di una pittrice in Incontri d’Amore). Il giardiniere è Jean-Pierre Darroussin, attore prediletto di Robert Guédiguian e regista esordiente con il bel Le Pressentiment, presenza di straordinaria efficacia e capace di restituirci la dolce pacatezza di un personaggio che sciorina con pudore la propria saggezza concreta (con altrettanta efficacia avrebbe potuto interpretare lo stesso ruolo il compianto Jacques Villeret, sanguigno talento comico che si rivelò da noi con La Cena dei Cretini, utilizzato da Lelouch negli anni ’70 e, più volte, dallo stesso Becker). La narrazione riguarda l’incontro tra i due protagonisti, complici fin dall’infanzia, poi separatisi e sempre disposti a stimoli
rigeneratori. L’occasione nasce dall’annuncio fatto pubblicare dal pittore parigino, cinquantenne in piena crisi coniugale e
vittima della consapevole limitatezza della propria ispirazione (un personaggio che ricorda l’ombroso Esmé dell’ultimo capolavoro
di Ozon Angel), alla ricerca di qualcuno capace di curare con dovizia il terreno che circonda
la sua casa d’infanzia immersa nel verde. Entra in scena così il giardiniere del titolo, ferroviere in pensione pacifico e tutto
d’un pezzo che possiede per passione il pollice verde, utilizzato non solo per rammendare con gusto fiori e piante ma anche per
leggere metaforicamente il mondo, con lo stesso quieto buonsenso che guidava la felice demenza da "fool" del Peter Sellers di
Oltre il Giardino. Abitudinario per scelta, l’uomo è rimasto legato alle radici della propria terra coltivando, oltre
i terreni, gli abitanti del posto e la loro filosofia elementare coniugata ai bisogni primari ed essenziali. L’antica frequentazione
tra i due, coi suoi momenti consumati negli antichi banchi di scuola, viene rievocata attraverso allusivi flashback.
Ma per il pittore assume i rivelatori contorni di una nuova, speculare affinità: il suo stupore di fronte a quel modo di vita
esemplarmente semplice coincide con la sorpresa dell’altro di fronte alle composizioni dell’amico ritrovato, al quale infonde
una salutare ed entusiasmante tensione ispiratrice. I giardini curati con deciso gusto dal nuovo arrivato costituiscono lo spunto
figurativo per nuovi quadri, dando respiro ad un’impressionante visione della natura profonda di paesaggi e oggetti, una visione
assecondata (con gusto pittorico trasparentemente colto) dalla fotografia del film affidata al bravo Jean-Marie Dreujou.
Il Mio Amico Giardiniere si concentra ad indicare il ruolo epifanico della visione per ciò che concerne l’atteggiamento
da avere nei confronti della realtà quando questa ci appaia ostile o portatrice di crisi: guardare la Natura può significare
guardarsi meglio dentro e questo è un motivo che Becker attinge dalla sostanza stessa del romanzo a cui si è ispirato, visto
che il suo autore Cueco è anche pittore oltre ad essere un apprezzato conduttore radiofonico.Il racconto di questo dialogo tra due uomini di mezza età predisposti all’affetto ci riserva sottigliezze divertite sciolte nel linguaggio, identificato come qualità primaria per ricominciare a dare il dovuto nome a cose e a persone: così il giardiniere, per definire la propria consorte, dice "la moglie", mentre il pittore non permette a nessuno d’utilizzare il soprannome dell’amico, Del Prato, geloso di quel rapporto intimo e speciale. I due se la ridono poi insieme al funerale di un paesano il cui cognome pronunciato "Pelo" autorizza l’alludente ironia al nomignolo "Pelo al culo", spunto delle prese in giro consumate dalla comunità. In quel microcosmo dove la gente si riconosce per soprannome, Becker attiva il fascinoso meccanismo della rievocazione, con nostalgia fredda attenta a recuperare il meglio di quello che Truffaut definiva "il cinema di papà", per contrapporlo come valore ancora in fieri a confronto con le più disarticolate nevrosi della cinefrenesia metropolitana. Ci regala così il ritratto del suo mondo antico riscoperto attraverso gli occhi di personaggi capaci di consumare gli ultimi momenti della loro intesa rinnovata nella simbolica sequenza, sul finale, della pesca in barca quando l’occhio di una carpa appena pescata riflette la paura della morte e per questo viene ributtata in acqua. E’ la morte, infatti, ad essere esorcizzata, col contrappunto delle note verdiane del Nabucco, dal pittore che imprime sulla tela la superficie allusiva dello sguardo profondo del giardiniere. E tale esorcismo diventa il sintomo disincantato d’ispirazione ritrovata ed eternizzazione di un desiderio di futuro. In questa elegia sul prezioso valore dell’amicizia sostenuta da un ricorso alla recitazione sincera e a tutto tondo d’altri tempi, Il Mio Amico Giardiniere s’impegna a far affiorare le resistenti qualità di quelle doti umane che, giorno dopo giorno nel nostro patetico caos, c’impegniamo testardamente a cercare. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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