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Giardini in AutunnoJardins en automne - 1h 59'
Regia: Otar Iosseliani Chi ha detto che l’autunno sia la stagione della malinconia e dei rimpianti? Semmai può essere la condizione entro la quale elaborare
delle riflessioni importanti, rinfrancando i sensi e disponendoli a nuovi incontri. Al cinema, tutto questo ce lo ha insegnato Rohmer (con uno dei suoi racconti delle
stagioni) e, naturalmente, Iosseliani. Già in La Caduta delle Foglie, il tempo della vendemmia coincide con quello dell’operatività e dell’amore. In quest’ultimo suo
gioiello di freschezza e creatività poetica, Giardini in Autunno, l’autore più impalpabile e raffinato del cinema contemporaneo, ci parla di un desiderio di riscoperta
del vivere, di un cambio di prospettiva e di dimensione, dei dissidi che possono intercorrere tra il senso di realtà e il senso di possibilità. Lo fa recuperando il tono
sottilmente metaforico e il piglio sapiente delle antiche favole di Esopo, lo fa dando respiro al suo tocco da farfalla. Il suo è un cinema anarchico, libero da schemi
narrativi ed agganciato ad una classicità letteraria che sa evocare senza mai ricorrere ad eccessi retorici; è un cinema che sa donare valore a cose e persone inscritte
nell’universo della Storia, che sa evocare con la giusta ironia demistificatrice i fantasmi del passato e l’assurdità del loro mondo (che somiglia troppo al nostro), in
questo brillante emulo dei maestri Buñuel e Ophüls. La musica è, da sempre, protagonista dei suoi film: se in Pastorale, del 1976, un gruppo di musicisti accompagnava
il racconto attraverso le note di Arcangelo Corelli, in Giardini in Autunno le armonie di Franz Schubert fanno da contrappunto ironico alla vicenda di Vincent (Séverin
Blanchet), un ministro che ha perso la sua poltrona e approfitta della circostanza per rieducarsi alle gioie della quotidianità.
Che il film sia un esercizio di esorcismo, nei confronti della morte, lo scopriamo fin dalla prima sequenza: in una falegnameria dove si fabbricano delle bare tre uomini iniziano a litigare sul prezzo delle casse da morto esposte. Poi in uno dei piani sequenza tipici dello stile di Iosseliani assistiamo alle modalità del trasloco istituzionale: Théodière (Pascal Vincent), il nuovo ministro sostituto prova a smantellare l’ufficio del predecessore. Così vanno via i vecchi scaffali, così vengono rifatti i rivestimenti alle poltrone e ai divani e sostituiti persino il posacenere e il telefono. Rimangono solamente la statua di Venere e colei che l’ha comprata, Odile (Miriel Motte), devota amante dell’ex-funzionario, segno che i politici cambiano ma certi oggetti di servizio (in quel ruolo, la donna è uno di questi) restano, pronti all’uso e al logoramento. Oggetti come personaggi e personaggi come oggetti, le cose di cui è fatta la vita, segnano i nuovi giorni di Vincent, il suo tuffo nell’ozio, mentre l’anziana madre passa le sue giornate nella tranquillità dei giardini. Questa è una signora con tanto di crocchia bianca (che sembra uscita da Caccia alle Farfalle), impersonata da un meraviglioso Michel Piccoli en travesti, straordinaria intuizione teatrale del regista che fornisce l’umoristico spunto per esilaranti dialoghi venati d’ironia sarcastica. È anche attraverso la puntuta spinta materna, che il protagonista si abbandona al vizio del far niente, riscoprendo la propria vena di pianista, recuperando i piaceri della tavola e persino una possibilità di dialogo, finalmente, privo di sovrastrutture ideologiche, con alcuni extracomunitari che gli hanno invaso la casa. Giardini in Autunno è fatto di tante piccole apparizioni: anche Otar Iosseliani si concede la sua, come in alcuni suoi film precedenti, nei panni di un pittore naïf
che ama dipingere sui muri e sull’asfalto. Il paesaggio sullo sfondo non è la Parigi metropoli turistica, ma quella più segreta e simenionana delle stradine e dei bistrot
dove la gente ama ancora confrontarsi con l’altro senza riserve né prevenzioni. Ma questo film è un vero e proprio elogio alla gentilezza della solitudine e alla magnificenza
della vecchiaia, è un richiamo alla forza dei sentimenti che resiste allo scorrere implacabile del tempo (così vediamo degli anziani pensionati su una panchina impegnati a
scontrarsi con gelosia e passionalità). C’è meno malinconia rispetto ai precedenti Addio Terraferma e Lunedì Mattina, poemetti sul tema della vertigine,
apparentemente senza significato, del vivere. Ma c’è la consueta, tagliente allusione al divenire della Storia (ricordiamo quanto Iosseliani abbia vissuto il peso del bolscevismo,
con la catastrofica caduta di regime che lo ha costretto a vivere da apolide in Georgia e in Francia) così mentre si consuma il tragitto privato dei protagonisti, lontani e vicini da
loro, una folla di gente in protesta invade le strade, segno di utopia resistente e ancora in atto. Agli spettatori di Giardini in Autunno è dato pure di rispecchiarsi nelle
bestie in gabbia, simbolo di condizione universale e forse allusione (come il ghepardo e il pappagallo ciarliero) a quel potere che logora sia chi ce l’ha sia chi non ce l’ha. Con
spiritosa leggerezza e un certo sofferto sarcasmo, Iosseliani si domanda e ci domanda quanto la libertà del ministro senza poltrona sia una libertà forzata, e quanto le manovre e
le strategie dei potenti che stanno al suo posto siano un gioco delle parti indotto più dal sistema che da un reale desiderio di affermazione. Se l’autunno è la stagione dei mutamenti
e dell’ambiguità climatica, è l’autunno a rappresentarci tutti, qui e ora, nel caos presente dentro il quale vogliamo ancora continuare a parlare l’uno con l’altro al singolare, per
continuare a definirci umani.
© 2006 reVision, Francesco Puma |
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