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La Maledizione Dello Scorpione Di Giada

The Curse Of The Jade Scorpion - 1h 43'

Regia: Woody Allen



L’attempato detective di una compagnia di assicurazioni e la giovane manager chiamata a "razionalizzare" l’azienda fanno scintille: è odio a prima vista ma poi, con un po’ di magia, arriva l’amore - nel frattempo, due clamorosi furti di gioielli sembrano inchiodare l’insospettabile detective.
L’ultimo film di Woody Allen è ambientato nel 1940, tempo della memoria cinematografica e musicale che il regista newyorchese ha evocato con frequenza: basti pensare a Radio Days e a La Rosa Purpurea Del Cairo. Il punto di riferimento è questa volta la "screwball comedy" di Hawks, Capra e Preston Sturges (e c’entra molto meno il noir, come ha scritto erroneamente la maggior parte degli ignorantissimi giornalisti italiani in vacanza a Venezia) terreno di battibecchi e metafore sessuali cui Allen attinge nel realizzare un’opera che inclina alla parodia; i personaggi femminili hanno il carattere combattivo che ricorda certi ruoli interpretati da Carole Lombard o Katharine Hepburn (d’altra parte il 1940 è l’anno di Scandalo a Filadelfia di Cukor), ed è pure tipico l’antagonismo iniziale della coppia; completano il quadro d’epoca la giovane vamp (Charlize Theron) e l’uomo sposato (Dan Aykroyd), figure che Allen si diverte a stilizzare oltre misura, mentre accorda la giusta complessità al proprio personaggio (il detective C. W. Briggs) e a quello interpretato da Helen Hunt. E’ nel disegnare questi ultimi che il film si riserva la possibilità di deviare dalla norma, conservando la struttura chiusa delle gag, classicamente concepite ma interpretate da personaggi "moderni", autoironici come il detective e la donna-manager (molto legata al cliché dell’attrice Helen Hunt).

L’atto del rubare, ma senza intenzione o senza fortuna (Prendi i Soldi e Scappa, Criminali Da Strapazzo) è in Allen una solida metafora che sta per il "furto" linguistico, il prelievo e il gioco della memoria, spesso indirizzati verso se stesso ("io contro io" è proprio uno dei temi di questo film, in cui il protagonista indaga sui furti che commette quando è sotto ipnosi). In tal senso è sicuramente vero, come ha fatto notare Roy Menarini, che il discorso critico sul cinema di Woody Allen spesso insiste banalmente nel dare rilievo alle sue componenti autoreferenziali, dando ad intendere un sistema isolato rispetto al cinema contemporaneo, del quale invece esso fa parte a tutti gli effetti; ma è altrettanto vero che queste componenti esistono e costituiscono l’offerta "minima" che un film di Allen promette al pubblico, a partire da un corpo cinematografico al quale il fan rinuncia malvolentieri (quando invece i migliori Allen di questi anni sono stati Pallottole Su Broadway e Accordi e Disaccordi, in cui in veste di attore non compare o quasi) per arrivare alle battute da antologia, da raccontare dopo la visione: per citarne una, C.W. Briggs è ormai sospettato dei furti di gioielli e quando arriva in ufficio si trova davanti ad una riunione di colleghi e superiori che stanno evidentemente analizzando il caso - Briggs guarda esterrefatto la tavolata e dice: "Prendiamo il libro dei salmi a pagina 90".
Per il resto, la fotografia di Zhao Fei, nuovo innamoramento del regista dopo le lunghe collaborazioni con Gordon Willis e Carlo Di Palma, mescola elementi retrò come il sistema hollywoodiano della luce e movimenti di macchina pensati dinamicamente in relazione allo spazio e al personaggio (per es. in più scene, il carrello a precedere con Briggs che percorre il lungo corridoio della compagnia assicurativa); più compatto e coerente delle ultime prove di Woody Allen, La Maledizione Dello Scorpione Di Giada rimane comunque un metafilm per il ci-ne(cro)filo più arrendevole.

© 2001 reVision, Luca Bandirali