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Ghost Town

1h 41'

Regia: David Koepp



E’ di gusto antico, la leggenda che le metropoli siano popolate di spettri, escrescenze fantasmatiche e trasmigrate di anime senza pace. Sono gli invisibili esseri in attesa di una redenzione, la promessa di una resa dei conti ultraterrena che è l’oggetto della misteriosa scommessa con il divino o con il nulla. Facile e paradigmatico è dunque immaginare New York popolata di fantasmi, che si aggirano in mezzo ai mortali, con i loro conti ancora irrisolti, materia affascinante (anche se non originalissima) per una commedia da ambientare nella metropoli che ha già metabolizzato i traumi del post-11 settembre. New York rimane un simbolo di centro–impero, città mitologicamente esposta a storie realistiche e metafisiche, con i suoi paesaggi post–moderni simbolicamente pregnanti (progresso e arcadia, viali alberati e scenari avveniristici, Central Park e archeologia industriale), ritmi frenetici da neocapitalismo alienato e tempo sospeso da fiaba disneyana: il luogo ideale, dove raccontare il dissidio tra solitudine e massificazione, tra impresa individuale e ragioni collettive, tra empatia e dissociazione. La metropoli è un regno malinconico di perdizioni, smarrimenti e isterie, individuali e collettive, sintomi di un sistema globale informatizzato ma incapace di comunicare, foriero di una sordità straniante che sembra respingere ogni colloquio, sia con gli altri sia con se stessi. Ecco, allora, i fantasmi popolare New York, eccoli materializzarsi in una commedia scritta e diretta da David Koepp, Ghost Town.
Koepp è uno sceneggiatore collaudatissimo, avendo scritto blockbuster intelligenti come Jurassic Park o il primo Spider-Man, insieme a neo–noir intrisi di uno struggimento romantico come Carlito’s Way, poi, finendo, purtroppo, per firmare insulsi copioni come quello di Angeli e Demoni (con la regia di Ron Howard che, qualche mese prima, ci aveva regalato il piccolo grande Frost – Nixon – Il Duello), e dirigendo film senza infamia e senza lode. Un solido mestierante che si barcamena tra le scorie dei generi e che in questa sua quinta regia mostra una certa sensibilità nel dare sostanza filosofica (la questione sempiterna della tentazione alla conoscenza) a una favola chiaroscurale sulle ambigue luci e ombre della Grande Mela.

E’ proprio un brillio filosofico a risvegliare la coscienza sopita del protagonista principale, il dentista Bertram Pincus (Ricky Gervais) scontrosamente dedito al proprio lavoro, misantropo al punto da ignorare chi gli chiede un passaggio in ascensore, uno scorbutico ometto in cui nessuno vorrebbe imbattersi e che non comunica nemmeno con il collega dello stesso studio, l’indiano dottor Prashar (Aasif Mandvi). Ricoveratosi in ospedale per un banale intervento, Bertram chiede con forza l’anestesia totale non prevista svelando la puntuta personalità su cui gioca espressivamente l’ottimo attore inglese che lo interpreta, Ricky Gervais (noto soprattutto in televisione nella serie tv "The Office" e a cinema come direttore del museo di Una Notte al Museo uno e due con Ben Stiller) puntando con sopraffina duttilità sul proprio aplomb e su una gestualità alla Jack Lemmon, sospesa tra comico e malinconico. Dimesso dall’ospedale, il dentista misantropo si ritrova vittima delle proprie visioni di fantasmi, fenomeno provocato dalla temporanea (sette minuti) morte clinica subita durante l’anestesia e capace di donargli rinnovate facoltà percettive. A fargli da spalla c’è il ricco uomo d’affari Frank Herlihy (interpretato dall’ottimo Greg Kinnear), motore della vicenda e vittima di avvenimenti che denunciano le beffe del caso: mentre, nel cuore di New York, è impegnato in un’animata telefonata, all’uomo capita di essere sfiorato da un condizionatore scivolato a una coppia da un palazzo adiacente e poi di essere travolto da una corriera che lo trasferisce tra le anime vaganti del mondo invisibile. Ma Frank è visibile da morto, accanto ad altri come lui, proprio da Bertram, al quale chiede di aiutarlo a dipanare il conto in sospeso, da vivo, con la moglie Gwen (la bella e magnetica Téa Leoni) intenzionata a sposare (dopo la sua dipartita) il suo nuovo fidanzato, Richard (Billy Campbell), un pomposo avvocato dei diritti umani. La richiesta d’aiuto è avanzata in modo perentorio, quasi ricattatorio. Spaventato dalla prospettiva di essere perseguitato da ciurme di fantasmi, al dentista riottoso non resta che frequentare la moglie del defunto che lavora in un museo come archeologa impegnata in conferenze sul ritrovamento delle mummie, arrivando con lei a riscoprire tensioni amorose da qualche tempo assopite (si scopre che il suo trasferimento dall’Inghilterra è dovuto a una delusione di cuore).

Come nel vecchio Scrooge del celeberrimo "Racconto di Natale" di Dickens, in Bertram Pincus si fa strada la possibilità di emanciparvi dal proprio rancoroso egoismo, l’asfissiante amarezza che lo fa chiudere a riccio, rifiutando la salvifica empatia che l’occasione fantasmatica gli propone. Aprirsi agli altri è l’unica possibilità di dare concretezza al proprio futuro: quello terreno di Bertram e quello spirituale di Frank, il cui irrequieto vagabondaggio nel limbo spettrale finirebbe solo se l’impresa del matrimonio fatale fosse sconfitta ed egli potesse ricevere il perdono della moglie per il proprio adulterio. "Solo una vita dedicata agli altri vale la pena di essere vissuta": questa sacrosanta espressione di Albert Einstein stampata su un manifesto nel tetto dello studio del collega dentista Prashar è l’assioma capace di risvegliare definitivamente Pincus che, di fronte all’incredulità di Gwen incapace di credere al suo colloquio col fantasma del marito, prende la decisione di sostenere le ragioni di tutte le anime morte che chiedono aiuto per sconfiggere i limiti concessi dal tempo terreno. Una delicata sceneggiatura, questa scritta da Koepp insieme a John Kamps, che alterna toni brillanti a temperature malinconiche e fantastiche con un assunto che funziona come un messaggio di speranza per la città ferita di New York. Viene in mente un vecchio film di Norman Z. McLeod, La Via dell’Impossibile (1937), dove il grande Cary Grant, nel ruolo di un buffo banchiere, si trova a contatto con i fantasmi di una coppia di amici snob, che appaiono solo a lui. A McLeod, però, interessavano le componenti comiche da mescolare con brio ai codici del fantastico mentre Koepp con Ghost Town si comporta più modernamente privilegiando tonalità screziate, sviluppando la sua storia in modo non del tutto prevedibile e dotandola di un bel finale intelligente. Un’operina meritevole di un destino migliore nelle nostre sale che, gettata allo sbaraglio in un’estate povera di cinema come quella nostra, finirà per passare inosservata: peccato, forse anche noi abbiamo bisogno di fantasmi salvifici a dispetto delle nostre radicate incertezze.

© 2009 reVision, Francesco Puma