Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



City Of Ghosts

1h 56'

Regia: Matt Dillon



La miglior panacea per un divo non più all’apice è riciclarsi come regista. Ora, chi è veramente regista e autore non ha bisogno di darlo a vedere: il Kiarostami di Dieci può chiudere un intero film dentro un’automobile e limitarsi a due sole inquadrature, ma questa “umiltà” lo porta a rivelare un mondo.
Chi invece non è autore, sarà purtroppo costretto a “farlo”, a tatuarsi addosso i segni tutti estroversi dell’autorialità. E negli Stati Uniti tale esercizio porta all’ossequio di precisi dogmi. Il film di chi vuol fare l’autore dev’essere girato all’estero. Il luogo dev’essere il più possibile esotico, magari ancora sotto i postumi di una dittatura o di una rivoluzione, meglio se comunista (la Cambogia del dopo Pol Pot). Occorre circondarsi di attori europei (il francese Depardieu, lo svedese Skarsgard), incrociando dialetti e lingue (russo compreso). Lo stile, siccome non c’è, dovrà fingere di fingersi sgrammaticato: e dunque fotografia sudaticcia e cinepresa vacillante dall’inizio alla fine. Non deve mancare un’analisi storico-politica alla buona, qui rappresentata dalla più autorevole esperta d’arte dei dintorni (ovviamente splendida figliola sui venticinque anni), che odia i Khmer rossi che le distruggono i templi buddisti, ma si dimentica di precisare (e il buon Matt si guarda bene dal correggerla) che molti templi cambogiani sono stati distrutti, assieme a un’abbondante dose di civili, anche dai bombardamenti dell’esercito USA dal 1969 in poi...


Siamo dunque nel filone anni ’50 di guerriglia asiatica e colonialismi, tra Lord Jim di Conrad-Brooks e Un Americano Tranquillo di Greene-Mankiewicz, con contorno di tossicomani, paraplegici, scimmie ladre, prostitute bambine, cadaveri bruciati, sacchi neri che celano resti umani, e un James Caan orrido uomo bianco imperialista, col sogno di convertire i suoi soldi sporchi in un favoloso casinò. La cine-metafora è sin troppo palese: Dillon insegue Caan per la Cambogia come il tenente Willard di Apocalypse Now scovava Kurtz nel Vietnam. Caan simboleggia dunque Coppola (è uno dei suoi attori prediletti), il padre perduto che l’ex Rusty il selvaggio vorrebbe riabbracciare.
Troppa materia per un attore che vuol farsi autore. L’overdose di dettagli tipici è tipica di ogni regista inesperto: Dillon cerca di far vedere tutto, ma si dimentica di capirlo e farcelo capire. C’è un evidente mancanza di polso in questa trama che si abbandona a ripetuti pestaggi (Dillon le prende praticamente da tutti), derive esotico-mistiche che non vanno da nessuna parte, dialoghi che si intasano di situazioni e nomi pochissimo chiari. E il suo protagonista vaga tra lo squallido traffichino, il turista imbranato, l’idealista in cerca di rivelazioni, per chiudere in una telefonatissima agnizione (Caan è in realtà suo padre) che non c’entra un tubo col resto della storia.
In questo volenteroso e confuso marasma, due gemme da salvare. Caan che al culmine di uno squallido festino tra maiale arrosto e prostitute (e approfittando forse dell’assenza del regista), avvinghia un microfono e si abbandona a un cialtronesco karaoke. Dillon che depone il cadavere del padre ritrovato e perduto su una piroga, la spinge al largo e poi le spara addosso, per vederla lentamente affondare. È a partire da questi momenti, non necessari, liberamente visivi, che potrà forse rivelarsi un autore.

© 2003 reVision, Dante Albanesi