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L'Esorcista: La Genesi

Exorcist: The Beginning - 1h 55'

Regia: Renny Harlin



Torniamo indietro di trentun anni, al 1973, quando nelle sale di tutto il mondo L’Esorcista di William Friedkin, tratto dall’omonimo bestseller di William Peter Blatty, creò una sensazione senza precedenti. Alimentato da un astuto e progressivo battage pubblicitario, il successo della pellicola crebbe a dismisura, dando luogo a un vero e proprio fenomeno sociale e di costume. Di certo oggi c’è che quel film ha terrorizzato le notti di milioni di adolescenti, e l’ha fatto non tanto con il suo esplicito orrore, quanto con la sapienza della costruzione, col crescendo lento e inesorabile della tensione fino all’orrendo manifestarsi di una presenza demoniaca impressionante anche per chi non crede in Dio. Tutto questo sembrano averlo dimenticato i dirigenti della Morgan Creek e la Warner Bros., detentori dei diritti del film. Dopo il successo del finto director’s cut dell’originale, i nostri si ricordano di avere tra le mani una vera e propria gallina dalle uova d’oro. Danno dunque via libera al quarto capitolo cinematografico de L’Esorcista finanziando un prequel, la cui sceneggiatura, ad opera di William Wisher, gira già da anni sulle scrivanie di Hollywood. Il mediocre script viene interamente riscritto dallo scrittore Caleb Carr e affidato alle mani di Paul Schrader, cupo sceneggiatore e regista con un background religioso che lo rende appropriato al compito. Più interessato ai conflitti interiori e morali dei personaggi che al lato tecnico e spettacolare del cinema, il regista di Affliction dichiara fin da subito di non pensarci nemmeno a rifarsi al capolavoro di Friedkin, ma di avere intenzione di fare un film autonomo, incentrato sul personaggio di un più giovane e tormentato padre Merrin che incontra il demonio per la prima volta in Africa. La sceneggiatura lascia spazio anche a scene di pura suspense, ma leggendola risulta chiaro che quel che interessa a Schrader è il profondo dilemma vissuto da un uomo reso complice involontario del Male, la sua perdita della Fede e le circostanze che lo portano a recuperarla. Non si capisce dunque come mai, quando vedono il primo montato, girato in Marocco e a Cinecittà col sostanzioso apporto di tecnici e tecnologie italiane, i produttori restino delusi e scontenti perché il film non è - parole loro - abbastanza splatter. A questo punto è un’ovvia decisione affidare il remake del prequel a Renny Harlin, che è quello che gli americani definiscono uno shooter, un veloce mestierante che consegna esattamente quello che gli viene richiesto. Risultato: oggi esistono due versioni di un film per cui già una sarebbe forse stata di troppo, entrambe con lo stesso protagonista, ma con attori, storia e sceneggiatori quasi totalmente diversi. Quando è ormai giunta la consolante notizia che il film di Schrader, con gli effetti digitali dell’italianissima Proxima, uscirà probabilmente anche in sala, ci stiamo ancora interrogando sul senso di una simile operazione. La Morgan Creek e la Warner, col budget medio dei due film, si rifaranno sicuramente delle spese, anche se dubitiamo che gli appassionati acquisteranno un eventuale cofanetto con entrambe le versioni in dvd, se non per il puro piacere feticista di possedere una sorta di rarità.

Quella che era l’apertura della storia di Schrader/Carr resta nel film di Harlin, ma frammentata, tardiva e resa meno efficace drammaturgicamente: la tremenda prova affrontata da Merrin nel suo paese d’origine, l’Olanda, sotto l’occupazione nazista, che lo vede costretto a una decisione impossibile: scegliere quali vite siano meno importanti e quindi più sacrificabili di altre. La frase che gli dice l’ufficiale prima di uccidere a sangue freddo una bambina (nella versione di Schrader un uomo adulto prima e una ragazza poi), "oggi qua Dio non c’è, padre", era il fulcro attorno a cui ruotava la prima versione. Se Dio non è presente in un momento tanto drammatico, e lascia che sia l’uomo ad assumersi tutta la responsabilità e la colpa, è normale che padre Merrin vada in crisi e si dedichi con passione a un’occupazione altamente simbolica come l’archeologia. Riportare alla luce un passato sepolto e remoto, ripercorrere a ritroso la storia dell’uomo che fu, serve anche a capire - da una distanza di sicurezza -, l’origine di tanto male. Nella versione di Schrader, tra l’altro, Merrin non era spretato, ma solo "in un periodo sabbatico", incerto se proseguire o meno il suo ministero, ma sempre vicino alle radici della sua missione. Ovviamente Renny Harlin prende alla lettera le richieste dei suoi committenti: più mostruosità, più shock, più sangue. La trama di L’Esorcista. La Genesi diventa così un chiassoso e confuso ottovolante con diversi personaggi superflui, sacrificati o coinvolti solo per amore di spettacolo, come il sovraintendente ubriacone e lo stesso ragazzino nero che mostra sintomi a dir poco contraddittori. Il mondo sottosopra, la natura che impazzisce quando la chiesa del diavolo viene dissepolta, rappresentata splendidamente nella versione Schrader dall’apparire delle aurore boreali e dagli strani comportamenti degli animali, viene qua resa alla bell’e meglio con la ferocia di animali digitali di rozza fattura. Restano i conflitti tra soldati e popolazione locale, diventa più esplicita l’attrazione tra Merrin e la dottoressa, ma manca una motivazione logica alla possessione, un approfondimento delle tematiche incautamente messe in gioco. Perfino il povero Pazuzu, mai nominato come tale ma presente in tutta la sua mostruosa magnificenza, fa la figura del buffone. A questo contribuiscono ovviamente i frettolosi effetti speciali stavolta interamente made in USA, che fanno rimpiangere amaramente il perfetto make-up di Dick Smith e gli effetti meccanici di Marcel Vercoutere. Convinto che il pubblico odierno voglia più crudeltà, Harlin utilizza i bambini nella storia senza tanti scrupoli: dalla bambina uccisa dall’ufficiale nazista al ragazzino squartato dalle iene al feto mostruoso, tutti finiscono nel calderone dell’effettaccio senza suscitare un vero orrore nello spettatore. Nel contesto del film il loro sacrificio non ha alcun senso, tutto si agglutina e si mescola vorticosamente man mano che la "storia" procede e tutti i vari elementi disseminati - una caterva di red herrings - devono cedere il passo al canonico effettaccio ogni due minuti. Fino ad arrivare all’imbarazzante baraonda finale col corpo a corpo tra il prete e il demonio che invece di suscitare orrore provoca giustamente la più sguaiata ilarità.
Da testimone dell’epoca vorrei ricordare che anche quando uscì in sala L’Esorcista c’era chi, come la sottoscritta, rideva. Ma si trattava di riso nervoso, difesa psicologica contro un orrore che si era già insinuato dentro. Oggi la risata degli spettatori è solo un’adeguata risposta alla superficialità di chi affronta temi che meriterebbero una maggiore riflessione solo per far spettacolo, con l’ottica del "prendi i soldi e scappa", senza alcuna attenzione a una minima coerenza narrativa o altro. Al film di Friedkin vengono resi alcuni e a nostro avviso superflui omaggi: la pendola che si ferma all’improvviso, i fabbri che martellano furiosamente, la medaglietta di San Giuseppe, i segni sul volto dell’indemoniata, tutti elementi decontestualizzati e qui privi di senso. Non manca nemmeno, nel tentativo di ricreare in parte il clima da film maledetto costruito ad arte intorno al primo L’Esorcista, la finzione con cui Harlin attribuisce la sua gamba rotta ad un fantomatico investimento automobilistico subìto non appena arrivato a Roma. Di tutto questo resta vittima suo malgrado un attore ottimo come Stellan Skarsgard che fa del suo meglio riprendendo un ruolo recitato con ben altro spessore - ne siamo certi - nel film di Paul Schrader. A questo punto attendiamo davvero con impazienza il prequel originario. Se questa fosse infatti la vera genesi dell’L’Esorcista ci verrebbe poco cristianamente da pensare che forse padre Merrin alla fin fine ha avuto solamente quello che si meritava.

© 2004 reVision, Daniela Catelli