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My Generation1h 43'
Regia: Barbara Kopple Come il mito di Woodstock non fu creato dal concerto ma dal documentario di Wadleigh che
uscì l’anno seguente, allo stesso modo lo sguardo di Barbara Kopple sui Woodstock numero 2 e 3 utilizza il cinema affinché questo mito
venga infranto: più che un film musicale, il suo è un film sul denaro che gravita attorno alla musica. Tale sarcasmo si sparge in
sequenze inequivocabili, e in grandi scritte che marchiano a tutto schermo le falsità dell’immagine sottostante (con effetto mille
volte più incisivo della solita voce over). Così, quando il fondatore del festival di Loolapalooza deplora la “mancanza di spiritualità”
del Woodstock ’94, una didascalia precisa lo sproporzionato compenso preteso dalla sua band per esibirsi... Ancor più comici risultano
i ripetuti lamenti dell’ineffabile organizzatore Michael Lang sui ragazzi che scavalcano i recinti senza pagare; come se i suoi
reali introiti fossero forniti dai biglietti d’ingresso, e non invece dalla colossale sponsorizzazione di bibite, gelati, panini,
magliette, profilattici, dischi, interviste esclusive, e soprattutto diritti di trasmissione per le televisioni di tutto il mondo...
Per la Kopple, Woodstock è la tipica merce postmoderna dove il bene da consumare è annullato dalla promozione che lo veicola. I suoi acquirenti non accorrono per ascoltare musica, bensì per “essere” nel “loro” Woodstock, per pareggiare i conti con una favola del passato e divenire parte integrante di essa. Tristemente lucida, una ragazzina fa notare che in pochissimi stanno realmente seguendo il concerto, mentre qualcuno è addirittura impegnato nei videogiochi! Ed è sin troppo evidente il contrasto tra la grandiosità dell’evento e la pochezza degli artisti invitati. Dov’è il grande rock anni ’90, come i REM o gli U2? Quanti, a parte i Metallica e forse i Red Hot Chili Peppers, saranno ancora ricordati tra dieci anni? Tralasciando questi e altre due icone come Joe Cocker e Carlos Santana, che un commovente montaggio parallelo tra ’69 e ’94 imprigiona nella loro stessa leggenda, il resto è meteora. Se la musica resta un optional, il Woodstock della Kopple (ancor più che in Wadleigh) non si consuma sul palco, ma tra il pubblico.
Di più: lo spettacolo è il pubblico, anonimo vespaio improvvisamente eccitato dal bagliore di riflettori planetari, e docilmente disposto
(come in un gigantesco Grande Fratello) a recitare il ruolo della massa giovanile, utopista e turbolenta. Massa che trova l’apice della
propria espressività nel “mooshing”, nel rotolarsi sul fango dopo un temporale. Piove nel primo Woodstock, piove nel secondo; nel terzo
c’è però un sole accecante... “Ma se è accaduto nel ’69 e nel ’94, deve accadere anche nel ’99!” E sono di un sarcasmo impietoso le
immagini dei settori di terreno appositamente bagnati, in modo da perpetuare artificialmente la tradizione. Più della musica, è il fango
il vero “specifico” di Woodstock.Sono davvero così cinici e desolati i giovani d’oggi? Erano davvero così ribelli quelli di ieri? E soprattutto: fino a che punto si può denominare My Generation un ridicolo campione di qualche migliaio di spettatori, selezionati da privilegi geografici, culturali e soprattutto economici (135 dollari a biglietto)? Aldilà di ciò, l’unico sentimento positivo che la Kopple tiene a registrare è la gioia di partecipare ad un immenso rito collettivo, gioia intimamente legata alla rabbia cieca che sul finire del concerto si scaglia (come in ogni rivolta “religiosa” che si rispetti) contro gli eterni mercanti del tempio, qui incarnati in bancarelle e camion stracarichi di mercanzie. Ma quel rogo liberatorio è una reale denuncia del capitalismo? O un innocuo, umorale tafferuglio da stadio, provocato dall’assembramento e dall’alcool? Forse è genuino disfattismo, forse è un’attrazione già preventivata nel programma. Tutto, se addomesticato nella cornice opportuna, può divenire spettacolo. Perché Woodstock può essere un mito, un simbolo, un paesotto del Vermont, un concerto, un film. Ma è, prima di tutto questo, un marchio pubblicitario. © 2002 reVision, Dante Albanesi |
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