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L'Anima Gemella1h 36'
Regia: Sergio Rubini La rivisitazione postmoderna della lussureggiante mitologia regionale italiana potrebbe rappresentare un filone aureo sul quale un'industria
cinematografica avveduta, colta e sanamente imprenditoriale, potrebbe costruire le sue fortune per anni. Purtroppo non è il nostro caso, quindi passiamo alla trama. In un paesino
della Puglia, Tonino abbandona sull'altare Teresa (giovane figlia di un ricco commerciante di pesce) e fugge con la cugina di lei Maddalena. Inferocita, Teresa si affida
alle arti di una vecchia fattucchiera e di suo figlio Angelantonio, scalcagnato barbiere. Il risultato è un'incredibile mutazione: Teresa diventa Maddalena e riconquista il suo Tonino...Un discreto soggetto, che sa mescolare arcaismo e modernità. Colori accecanti e atmosfera da fiaba nera che denunciano più di un debito verso il Lynch di Cuore Selvaggio. Un coraggioso tuffo in un dialetto pugliese assai poco televisivo e per nulla macchiettistico. Tra le cose riuscite, il bel piano-sequenza del suicidio-metamorfosi di Teresa: la vediamo immergersi disperata in una vasca colma d'acqua, sparire per lunghi silenziosi attimi, e riemergere con le fattezze della rivale. Da sottolineare inoltre le due curiose digressioni che incorniciano il film, entrambe sul tema della "trasformazione dei corpi". Nell'incipit c'è un montaggio quasi documentaristico sulla preparazione del pesce, dalla pesca al taglio, fino alla vendita: infinite minuscole creature che scorrono tra mille mani che tagliano separano riempiono una carne sempre più indistinta, sempre più "impersonale". Sui titoli di coda c'è invece Angelantonio che taglia i capelli ad un cliente, mutandone i connotati in modo inaspettato. Intelligente allusione: forse anche nei lavori più umili e triviali è insito un certo coefficiente di "magia", di potere metamorfico. Il resto del film è purtroppo un susseguirsi di occasioni mancate, di guizzi ben tratteggiati sulla carta ma sfocati dalle timidezze della regia. Pensiamo ad un'irripetibile
scena madre come quella tra le rocce bianche e polverose di San Foca, quando Sergio Rubini (ornato di esilaranti paramenti sacri) intinge la fronte di Teresa col sangue di
Maddalena: un bel momento di ritualità semipagana, tra delirante e cialtronesco, viene banalizzato da una sequela di immagini piatte e prive di nerbo. Il problema è che
la strada del grottesco o la si percorre fino in fondo o meglio fermarsi al primo incrocio. Rubini si getta con talento in un registro comico-isterico, ma le sue attrici
lo seguono soltanto a metà, preoccupate di conciliare la componente interpretativa a quella estetica. In sintesi, se Valentina Cervi vuol fare il ruolo della "brutta" deve
imbruttirsi sul serio, non limitarsi a ingrassare tre o quattro chili, col risultato di essere più attraente di prima e di rendere il postulato della storia (la disparità
di bellezza) qualcosa di fortemente irreale. E a cosa serve, infine, quell'interminabile piano in figura intera su Violante Placido svenuta, se non per mostrarla nuda il
più possibile?La proliferazione a livello mondiale della figura dell'attore-regista (inspiegabilmente applaudita in varie sedi) è l'ennesima prova di un mercato cinematografico che concede e concederà sempre meno spazio alla pura ricerca visiva, e sempre più al richiamo divistico. E in Italia questo stato di cose sfiora l'assurdo. In una cinematografia veramente attiva e vitale questo film l'avrebbero girato Edoardo Winspeare o Giuseppe Gaudino, e chi ha visto Sangue Vivo e Giro Di Lune Tra Terra e Mare (i due capolavori sconosciuti dell'ultimo cinema italiano) sa cosa intendiamo. Ma in Italia non è ammissibile che un attore scriva una sceneggiatura e poi si affidi ad un regista di talento; e, simmetricamente, non è ammissibile che un regista di talento si "umili" a girare un'opera su commissione. Manca il dialogo. Film di regia, film di attori: forse sono proprio queste le anime gemelle e avverse che il nostro cinema non riesce più a sposare. © 2003 reVision, Dante Albanesi |
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