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Frank Gehry – Creatore di Sogni

Sketches of Frank Gehry - 1h 23'

Regia: Sydney Pollack



Che ogni artista sia alla perenne ricerca di nuove epifanie è cosa nota. E che certi incontri possano cambiare la vita è una piccola grande verità verificabile da ognuno, quotidianamente. Lo sa bene un filmmaker colto ed orgogliosamente vitale come Sydney Pollack, che sembra aver fatto della maieutica d’ispirazione Actor’s Studio uno dei motivi principali del suo cinema. Un cinema che ha sempre raccontato d’incontri fatali, votati all’amore o alla morte, capaci di stravolgere esistenze comuni proiettandole in dimensioni altre generatrici di sogni quasi sempre destinati a trasformarsi in occasioni di fuga. Ricordiamo come Pollack si consegnò docile, in veste di attore, alle attenzioni professionali del suo amico–maestro Stanley Kubrick sul set di Eyes Wide Shut (per riprese che, invece delle due settimane previste, durarono 45 giorni), ribadendo in seguito di aver appreso una provvidenziale lezione di stile da quel genio. Il fascino discreto della concettualità che influenza il progetto visivo del film, coniugandolo con la sua impostazione narrativa, il regista di The Interpreter lo ha sempre subito. E’ quel che si dice lo "spirito della geometria" a guidare le scelte di quei cineasti impegnati a mettere in forma le ineffabili (ma certe volte percepibili) traiettorie del destino. Così, per il suo primo (e speriamo non ultimo) docufilm, Pollack ha deciso di sondare con entusiasmo le affinità elettive che lo hanno legato all’amico architetto canadese e americano d’adozione Frank Gehry, famoso per le sue abitazioni a forma di città, per lo splendido Museo Guggenheim di Bilbao e per essere il degno continuatore della tradizione creativa di Wright e Neutra elaborando, durante un percorso professionale sorprendentemente meditato, le articolazioni più nobili e resistenti delle tendenze pop-concettuali e di quella minimal art che in altre occasioni ha generato mostruosità estetiche e scarabocchi pseudo–artistici. Il risultato è questo Frank Gehry – Creatore di Sogni, sottile ritratto intimista, girato a cavallo tra il 2000 e il 2005, composto attraverso una lunga serie di sketches (come annuncia il suo titolo originale) che sono frammenti di un’indagine ammirata ed incuriosita sull’enigma dell’ispirazione e sulle sempiterne potenzialità umane utili a mutare ogni utopia in una realtà concreta e (in questo caso) abitabile. Pollack non fa mistero della propria ignoranza in fatto di tecniche d’architettura e questo lo pone in sintonia nei confronti di gran parte dei suoi spettatori. Inizialmente si limita ad accettare la sfida dello stesso Gehry che lo ha invitato a realizzare un documentario su di lui, poi decide di narrarne le doti eccezionali, il talento originale, le bizzarrie da genio regolato: lo fa con pudore e passione, scoprendo a poco a poco del suo protagonista la dimensione da personaggio irripetibile. Riprende l’artista alle prese con gli schizzi delle sue contorsioni figurative, con i progetti delle sue linearità frantumate e dei suoi volumi ripiegati su se stessi, fino a cogliere l’essenza drammatica della sua irresistibile libido che è soprattutto quella di rendere tangibile la sensualità del vivere (se vivere è interagire con lo spazio ed esorcizzare il tempo che scorre) sconfiggendo insieme al brutto (che è il superfluo trasformato in marketing seriale) anche la morte (della quotidianità umana, dell’anima e del respiro delle cose).

La forma di questo film, girato sia in digitale sia in pellicola, è solo apparentemente tradizionale: lo sguardo ingenuo di Pollack allude allo stupore di nuove conoscenze mentre il suo intento didattico indica la necessità bruciante che ogni incontro e colloquio prospetta a patto di aprirsi a rinnovate prospettive di comunioni creative. Insomma, se è vero che tutto è stato detto e scritto (e che i libri possono ormai giacere inchiodati sui rispettivi leggii, come ci ha insegnato di recente Ermanno Olmi), molto ancor si può fare lavorando il reale per enuclearne la magia. Così dall’atteggiamento iniziale, rispettoso e stupito (che lo apparenta a Clouzot documentarista davanti alla geniale maestria di Picasso), Pollack passa con divertimento al sondaggio sul carattere del suo architetto, attraverso disincantate dichiarazioni dello stesso relative alla propria infanzia ed ispirazione (col contrappunto delle immagini della DG Bank di Berlino e del Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, imponenti creazioni di Gehry come il più recente complesso di Euro Disney a Marne-la-Vallèe, fiabesco tragitto per estasi turistiche), utili a scoprire le origini ebraiche di colui che, nato nel 1929, decise di mutare il proprio cognome originale Goldberg per garantire un futuro più sereno alla figlia. Di questo vivacissimo geniaccio che ha attraversato (anche con qualche trauma in seguito stemperato) praticamente tutto il Novecento, parlano pure i vecchi e nuovi amici. Alcuni di loro sono famosi come Dennis Hopper (che abita in una casa concepita da Gehry), Bob Geldof e Julian Schnabel. Alcuni sono illustri colleghi di lunga frequentazione, come Charles Jencks che racconta, tra l’altro, il divertente aneddoto dell’amico architetto costretto, con un guizzo risolutorio, ad inventare improvvisamente uno squarcio nella parete del proprio bagno per poter fare entrare più luce durante il mattutino rito del radersi la barba. Così abbiamo l’illusione di conoscere tutto di Frank Gehry personaggio ed artista: sulla sua visione del mondo, sui suoi problemi privati (con alle spalle un sofferto divorzio), sulla filosofia del suo illuminato mestiere e persino sui materiali attraverso i quali i suoi disegni prendono la consistenza di modellini (realizzati con carboncino e legno legati da semplice nastro adesivo) per essere poi costruiti in mastodontici cantieri guidati con vivace e pervicace perizia da art-maker. Ma tale esaustività è per l’appunto un’illusione e Pollack questo lo sa benissimo: del suo creatore di sogni il film non può che restituirci l'impronta. Saranno le sue opere a farlo vivere per sempre, come testimonianza di una singolare esperienza estetica frutto di quella particolare, coraggiosa ispirazione che travolge i dubbi e le esitazioni di alcuni, capaci di opporsi alla tentazione dell’oblio che può farci tutti cattivi maestri, in balia d’ideali autodistruttivi. Insieme al recente My Architect – Alla Ricerca di Louis Kahn, il viaggio dentro il cervello bollente di un amico creatore composto da Pollack (proiettato per la prima volta al Sundance Film Festival e l’anno scorso in fuori concorso a Cannes), è una bella metafora sul potere benefico dell’arte e dello stupore che essa è ancora capace di produrre, nel liberare lo sguardo fino a spalancarlo per costringerlo a guardare oltre.

© 2007 reVision, Francesco Puma