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Garage1h 23'
Regia: Lenny Abrahamson Non sono poche le zone franche che il cinema, anche in forma di commedia, ci ha evocato dove la "vita è un
lungo fiume tranquillo" (ricordate il film di Étienne Chátiliez che tanto successo ebbe in patria?). Anche in Garage,
il lento scorrere dell’esistenza nella quotidianità è segnato da una malinconia sottile (però profondamente vitale) e questo
lo si nota a partire dall’ambientazione di questo piccolo miracolo di scrittura cinematografica che ha per teatro una cittadina
rurale collocata in una zona centro occidentale dell’Irlanda. In quel luogo la vita è avvolta dal nitido respiro della Natura
e un’inevitabile monotonia immalinconisce gli abitanti, sospesi in una routine estatica ed annichilente. Ogni piccolo accadimento,
in un posto come questo, potrebbe avere effetti sconvolgenti, svelando un uggioso malessere che naturalmente alberga in questa
placida cittadina irlandese. Descrivere con acutezza lo status di attesa non è un’impresa drammaturgicamente facile, ed ecco
che questo film ci sorprende a partire dalla sceneggiatura, scritta da Mark O’Halloran, capace di mirare dritta al cuore, con
il suo minimalismo poetico attento al dettaglio, con i suoi dialoghi intessuti di umorismo acre, a favorire un’elegiaca messa
in scena che conferisce spessore ed equilibrio al paesaggio e ai personaggi facendoli interagire con estrema efficacia.
La regia è di quel Lenny Abrahamson che ha già diretto Adam & Paul con il copione firmato dallo stesso O’Halloran (che
nel precedente film copriva il ruolo di uno dei personaggi del titolo). Garage è stato prodotto nel 2007 ed è stato
presentato nella prestigiosa "Quinzaine des Réalisateurs" di Cannes, aggiudicandosi poi un meritato primo premio (con il quale
ha sbaragliato la concorrenza) al Torino Film Festival nella prima edizione del biennio di Moretti. Finalmente scongelato,
questo piccolo gioiello è stato fatto uscire in sala in questo periodo estivo dove arrivano, insieme ai fondi di magazzino,
alcune chicche d’essai come questa che fanno la gioia di chi ama un cinema lineare e vibrante, ben strutturato e dal retrogusto
forte.
A tale sorprendente equilibrio conferisce spessore l’attore protagonista, Pat Shortt, assolutamente straordinario nel
disegnare i tratti psicologici del suo personaggio di eterno fanciullo, candido e ingenuo, con una recitazione mai sopra le
righe e piena d’intelligenti sfumature, giocata tutta per sottrazioni. L’incipit ci mostra direttamente il suo Josie, che svela
l’emblematica andatura zoppicante che ne caratterizza l’aplomb, mentre lo vediamo percorrere un binario, segno che in quel
luogo nessun convoglio ferroviario passa abitualmente. Il suo posto di lavoro è una stazione di servizio, un fatiscente microcosmo
di relazioni elementari in cui egli si muove con l’ottimismo forzoso di un disadattato. A capo del posto c’è il signor Garda
(interpretato da Denis Conway, peraltro incredibilmente somigliante al nostro critico Sergio Toffetti), un suo ex compagno di
scuola che, ad un certo punto, decide di tenere la stazione aperta anche per il week-end, con il paziente assenso dello scrupoloso
e volenteroso Josie. L’autostrada è chiusa, i clienti rari e l’attenzione del protagonista finisce col concentrarsi sulla
necessità di tenere all’aperto le confezioni di olio che si trovano dentro il negozio. La quotidianità trascorre tra il lavoro
alla pompa di benzina con i rari acquirenti di passaggio e il pub con le solite facce del posto. Uno di questi è un provocatore
a cui Josie resiste da anima semplice che sembra sopportare qualunque sopruso. Il suo interesse si posa su un cavallo solitario
come lui a cui, ad ogni incontro, egli fa mangiare una mela intessendo con lui un vivace, e un po’ sornione, scambio dialettico
(si tratta di dialoghi uomo – animale tra i più toccanti visti di recente a cinema). C’è poi una ragazza che si chiama Carmel
(Anne-Marie Duff), impiegata come commessa in un supermercato, annoiata dalla vita che conduce, che durante una delle serate
al pub, mercé un ballo appassionato, seduce distrattamente il povero Josie per poi disilluderlo. E c’è un quindicenne di nome
David (Connor Ryan) che gli verrà affiancato come aiutante dal suo capo durante i week-end di lavoro straordinario. Nonostante
David sia un introverso, verrà fuori una bella amicizia fatta di convivialità sanamente innaffiata da numerose lattine di birra.
Fino a quando il nostro campione di solitudine, mostrerà per gioco al ragazzo la videocassetta di un film porno che gli è stata
regalata da un camionista, gesto che costerà a Josie il sospetto di corruzione minorile ratificato da una convocazione al commissariato.
Un banale segno di solidarietà virile, ingigantito dallo spleen provinciale pronto a enfatizzare ogni cosa, capovolge il destino
del nostro protagonista. E così, al disilluso Josie non resta che eclissarsi dal proprio contesto, in una traumatica immersione
nella Natura che ha un risvolto drammatico simile a quello di Mouchette di Bresson ma con una variante poetica aggraziata
quanto commovente.
La metafora della solitudine è delineata con sostenuto garbo dal regista Abrahamson, capace di esibire mano sicura
nell’individuare i momenti rivelatori della sua parabola alla Voltaire (le lunghe attese in panchina, il guardarsi attorno dei
personaggi descritto come momenti di estasi e di astrazione quotidiana), con una freschezza d’impaginazione che fa di Garage
una delle sorprese di questa stagione (benché risalga a due anni fa). Nel descrivere la pacifica (ma non pacificata) esistenza
di un avamposto sperduto, gli autori alludono alle dinamiche esistenti in ogni comunità umana, capaci di riprodursi con meccanica
determinazione. La realtà (come la libertà) diviene un fantasma e ogni logica, una volta trasformata in assioma morale con le
sue derive ideologiche spinte al fanatismo, può travolgere anche alcuni Candide del nostro tempo come Josie. Così la storia di
Garage si trasforma in una metafora di quell’indifferenza sociale in grado di produrre intolleranza ed afasia crudele
(uno degli abitanti del villaggio si libera dei cuccioli non di razza gettandoli dentro un sacco nel fiume). Quello della
pellicola di Abrahamson è cinema limpido che sottolinea il dettaglio rendendolo universale, è cinema dotato di un realismo
metaforico alla Ken Loach, in più toccato da un’ispirazione poetica capace di penetrare la nostra coscienza fino a farla
vibrare.
© 2009 reVision, Francesco Puma |
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