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Garage Olimpo

1h 38'

Regia: Marco Bechis



Nel 1978, l'Argentina vinse i Mondiali di calcio, in casa. Aveva una squadra grandissima, ma fu aiutata da certe "pressioni" che fecero incassare al Perù sei goal, quando se ne presentò la necessità. In Italia, pochi tra quelli che ammiravano il giovane Rossi, avevano bisogno dei goal di Zaccarelli e maledivano Zoff perché non riusciva a parare i tiri da lontano, sembravano sapere che, mentre il leggendario Mario Kempes faceva placidamente gonfiare la rete, in Argentina migliaia di persone venivano torturate ed uccise. Tra i grandi drammi che la storia ha procurato, nel secolo appena trascorso, quello degli eccidi perpetrati da dittature di varia foggia è stato forse uno dei più duri, da ricostruire, da valutare, da dimenticare. L'odierna volontà di processare il despota cileno Pinochet, che divide il mondo intero, sta a testimoniarlo. L'Argentina dei desaparecidos, svaniti a migliaia, inghiottiti in un istante dalla violenza e mai più tornati alle loro famiglie, sta a breve distanza da Pinochet. Famiglie smembrate, segnate per sempre dalla morte.

Il cinema si è da sempre impegnato, con grande forza e coraggio civile, a rappresentare la durezza estrema dell'oppressione che i militari esercitarono sull'Argentina. Il regista Marco Bechis ha attraversato tutti i drammi citati in precedenza; perché, italiano d' origine, argentino d'adozione, nel 1977 finì per alcuni mesi nelle rapaci grinfie del regime. Ne uscì vivo, fortuna che molti altri non ebbero. Agli altri, a quelli che hanno perso il loro nome nelle stanze della tortura, è dedicato Garage Olimpo, tesa ricostruzione della follia che animò quegli anni. Resa più inquietante dal rapporto che si stabilisce tra il carceriere Felix e la giovane Maria, impegnata nella resistenza alla dittatura. Felix prende una stanza in affitto nella casa dove Maria abita con la madre. Della ragazza si innamora, ma non può, essendo un graduato dell'esercito, che portarla in galera quando la ragion di stato lo impone. Lì, nel famigerato "Garage Olimpo", si gioca la dura partita tra sentimento e dovere, tra ingiustizia ed amore. Straziante, perché di mezzo non c'è un platonico melodramma, ma la vita, la stessa vita che nel "Garage" viene tolta con impressionante facilità.

Film di questo tipo rischiano di premere troppo l' acceleratore sul pedale dell'indignazione, e poco su quello della coesione del racconto. Garage Olimpo, come il precedente ed ancor più duro La Notte Delle Matite Spezzate di Hector Olivera, non sfugge a questo rischio. Si finisce a parlare di storia, più che della storia. Si spiega così il dotto cappello calcistico, che non riesce a nascondere un pizzico di delusione per l'esito di un film fremente, e per questo poco controllato. Bechis aveva mostrato altre idee, e altro respiro in Alambrado. Lontano dai silenzi della Terra del Fuoco, chiuso in quelle celle che conosce bene, smarrisce il senso della misura, cozza contro le atrocità, si scontra con l'afflato emotivo. Il risultato è un affastellarsi di situazioni claustrofobiche. Una cosa è la verità dei fatti, un'altra i mezzi che si usano per rappresentarla. A poco valgono i tentativi di un montatore raffinato come Jacopo Quadri per mettere accordo in una pellicola che si distingue per impegno civile, ma poteva offrire di più sul versante cinematografico.

© 2000 reVision, Riccardo Ventrella



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