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Gangster N° 1

1h 36'

Regia: Paul McGuigan



"I gangster sanno che anche se smettessero di fare del male - cosa che peraltro si divertono a fare - il male non smetterebbe di colpirli. E allora perché non continuare e far saltare un po' di merda prima che facciano saltare te?" (Rich Cohen, Ebrei di mafia, Baldini & Castoldi)


Gangster N° 1 è la storia di un'icona, di una realtà fattasi mito soprattutto grazie al cinema. Gangster non ha un nome proprio, potrebbe chiamarsi Mayer Lasky, Al Capone - reali -, Little Cesar, Tony Camonte - archetipi del gangster movie. E' certamente un numero 1 ed essendo il simbolo del gangster diviene anche uno psicopatico omicida con tutti i riti e i tic del caso. La sua apparizione è già leggenda. Un'immagine quasi bonaria avvolta dal fumo del suo sigaro, il volto sorridente dell'uomo potente e temuto, alcool e l'immancabile elemento associato alla malavita anglosassone: la boxe (il montaggio alternato tra il protagonista e gli uomini sul ring ne rafforza il binomio). Dettagli, ralenti. M.d.p. fisicamente addosso ai loschi personaggi attempati compagni di tavolo del n° 1. Qualche donna qua e là. Tutto è sereno per Gangster (Malcom McDowell), fino a quando qualcuno pronuncia il nome di Freddie Mays.

La voce off di Gangster - tono da film e da romanzo hard boiled - apre un lungo flashback. Londra 1968. Gangster il giovane (un ottimo Paul Bettany) è chiamato ad un incontro con il boss dei boss, il più rispettato, Freddie Mays (David Thewlis, l'indimenticabile Johnny di Naked). Ne diviene il suo braccio destro, lo ammira, lo imita e lo odia. Gangster ha solo un pensiero: prendere il suo posto. Freddie incontra Karen e se ne innamora. Grave peccato per Gangster. L'amore lo disgusta, le donne lo disgustano. Larrie Taylor, rivale di Freddie, decide di eliminare fisicamente il nemico. Gangster lo sa e tradisce con il metodo più pulito, tenendolo per sé. Freddie sopravvive, Karen sembrerebbe di no. Gangster uccide Larrie massacrandolo, il primo dei suoi più orrendi delitti. Freddie n'è accusato. Trent'anni di carcere. Ora è tornato.

Delirio di onnipotenza? Omosessualità latente? Desiderio di ogni "cosa" appartenente all'elegante Freddie - inclusa la bellissima Karen? McGuigan ci risparmia le motivazioni psicologiche, i traumi infantili. Gangster è il gangster. Le icone, legate ad una tipologia universale, non hanno un personale quadro clinico da esplorare. Sono. I flashback e flashfoward - frammentazione dell'immagine come visioni intermittenti dello psicotico che si appresta ad uccidere, nessuna logica, solo azione - riguardano soltanto la sua ascesa nell'impero scippato a Freddie, lui sì un uomo, un essere con dei limiti. La follia di Gangster s'esprime attraverso il suo sguardo glaciale, nell'urlo inumano e nell'accurata svestizione pre-assassinio, preoccupato più del vestito che dell'orrore cui si appresta con scientifica pignoleria. In tutti i casi di omicidio l'atto è suggerito, mai mostrato. Nessun corpo deturpato, solo l'assassino sporco di sangue. Una freddezza, quella di Gangster, che scompare durante l'ultimo incontro con Freddie, il quale determina il giro di boa che lo porterà verso l'ultimo "omicidio": si sveste, lasciando in ordine abiti ed accessori, fino a raggiungere la cima del grattacielo dove abita e da dove, dopo l'ennesimo delirio, si getta.
Sorpresa. La macchina di morte si umanizza per morire? Il contraddittorio processo di emulazione e di antagonismo nei confronti di Freddie, rivela la totale dipendenza di Gangster. Non avendo ucciso il "vecchio re" (secondo Propp), quindi non essendosi compiuto appieno il conflitto, l'eroe inevitabilmente soccombe. Logica diversa rispetto ai classici finali del gangster movie, che però conduce alla stessa "trappola mortale" e al solito messaggio conclusivo: una vita violenta, senza ravvedimento, si conclude altrettanto violentemente.

Interessante Gangster N° 1, tanto da perdonare a McGuigan una certa poca attenzione verso i personaggi antagonisti, troppo arrendevoli - tranne il moto di rivolta di Karen (le donne come interpreti infallibili dell'animo umano?) - rispetto ad una figura deflagrante come Gangster.
Se il cinema ha creato il mito del gangster prevedibile il tragico epilogo, forse un inconsapevole omaggio, del tutto simile a quello de La Furia Umana (White Heat di Raoul Walsh). Coddy e Gangster sono entrambi personaggi patologici, entrambi cercano la morte "in cima al mondo" (per Coddy il traliccio di una raffineria, per Gangster il grattacielo sulla City), entrambi scompaiono mondati dall'elemento più simbolico della purificazione, il fuoco. Ma se Coddy poteva gridare un più umano "Ci sono, mà, in cima al mondo!", Gangster per darsi la morte deve caricarsi con la sua solita litania: "Sono Superman, sono il numero uno...!". Chi piangerà Gangster?

© 2001 reVision, Emanuela Liverani