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The Life Of David Gale2h 11'
Regia: Alan Parker C'è un po' di tutto. Il fascino ambiguo di un famigerato criminale ormai assicurato alla giustizia (filone Il Silenzio Degli Innocenti).
La lotta per strapparlo al braccio della morte (filone Dead Man Walking). La giornalista ansiosa che brama la verità contro tutto e tutti e scivola in un intrigo
spaventosamente più grande di lei (filone Tutti Gli Uomini Del Presidente). La moglie inquieta che fugge in Messico col figlio, lasciando un marito alcolista e
disperato (filone Kramer Contro Kramer). L'apprezzato professore che perde la testa per la pepata studentessa che finge di starci e poi lo accusa di stupro (filone
Sex Crimes). Il grande Kevin Spacey che aggiunge un nuovo tassello al suo cinema della falsità e della colpa, popolato da vendicatori divini (Seven),
demoni che hanno convinto il mondo della propria inesistenza (I Soliti Sospetti), uomini comuni che periscono sotto destini e desideri (American
Beauty), figli che scontano i delitti dei padri (The Shipping News), ladri che si identificano in Cristo e rubano i suoi ritratti (Un
Perfetto Criminale), fino a questo David Gale che si lascia crocifiggere per lavare i peccati di tutti gli uomini. E c'è infine un aggrovigliatissimo teorema degno di un
Borges in stato di allucinazione; leggete attentamente: un attivista che si batte contro la pena di morte, pur di dimostrare l'indecenza di un regime forcaiolo, aiuta la sua
migliore amica a suicidarsi, si auto-accusa del suo omicidio e si fa volontariamente giustiziare: tutto perché all'indomani dell'esecuzione un suo fido discepolo possa mostrare
al mondo un filmato che sveli la falsità dell'accusa (sic)!
Prese una per una, tutte queste piste avrebbero garantito buoni risultati. Messe insieme, creano un pastrocchio che ambisce al delirante, ma sfocia nel confusionario. Il problema è che ogni sceneggiatura esige la sua regia: non si può prendere un apologo politico-grottesco e girarlo come un thriller realistico. Questo era un lavoro per Elio Petri (Indagine Su Un Cittadino Al Di Sopra Di Ogni Sospetto: il commissario che si auto-denuncia per dimostrare la propria impunibilità), per i fratelli Coen (Crocevia Della Morte: il socio che tradisce per eccesso di fedeltà), o magari per David Fincher. Non certo per un Alan Parker che riemerge dal dimenticatoio, e per far capire di essere ancora in forma si lascia andare a flashback "d'autore", introdotti da sconsiderate inquadrature oblique e montaggi subliminali di parole chiave. A parte dunque la regia deleteria, la narrazione è invece un capolavoro di cerchiobottismo: certo questi dimostranti hanno le loro ragioni, magari sono un po' nevrotici e
repressi, ma questo Gale sembra proprio innocente, o forse no, di sicuro è un tipo intelligente, però vedi che si fa anche le ragazzine, sì ma è triste perché non vede
mai il figlio, comunque è pure ubriacone, però è in pena per l'amica malata di leucemia, sì ma... E sul filo di lana, indeciso sul bandolo da dare alla matassa (meglio non
far troppo i progressisti: siamo sempre in tempo di guerra), sceglie di annacquare ogni dilemma in cavilli di ridicola inutilità: un uomo che agevola un suicidio può essere
ritenuto un assassino? Anche se il suicida è affetto da male incurabile? Spiacente, ma non perderemo il sonno per certe congetture da catechismo perverso. Nell'arte tutte le commistioni, tutti gli ibridi sono consentiti. È proprio in questi ibridi che i segni si rinnovano, che il linguaggio trova nuove soluzioni. Ma qui siamo in presenza di un film che esibisce un'etichetta di "denuncia sociale" (perché così si è offerto sul mercato, attraverso la stampa e i trailer tv), che sfrutta un tema sanguinante su cui combattono, soffrono e muoiono migliaia di attivisti in tutto il mondo; e lo fa non per esporre la propria opinione al riguardo, ma soltanto per solleticare l'intelletto dello spettatore con giochini di scatole cinesi e improbabili sofismi. L'accusa è questa: prendere un assunto così fondamentale per la nostra civiltà, e svilirlo a semplice pretesto per sviluppare un puro congegno ludico stile Agata Christie, è un atto che sa quasi di indecente, se non di criminale. Non è eticamente ammissibile sprecare due ore di pellicola su un uomo condannato a morte, senza mai sfiorare l'unica verità che andrebbe ripetuta all'infinito: la pena di morte è sempre ingiusta. Anche quando il condannato è colpevole. Soprattutto quando il condannato è colpevole. © 2003 reVision, Dante Albanesi |
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