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Galantuomini

1h 47'

Regia: Edoardo Winspeare



Oltre ad essere un ballo originario del Salento, capace d’infiammare corpi ed anime, la Pizzicata è la messinscena di una sorta di duello tra uomo e donna, metafora di una minaccia che esibisce il fallico segno di un pugnale mentre, sotto un ritmo irrefrenabile, la donna entra in trance come morsa da una tarantola. Che il Sud tenda ed esibire, nella sua tradizione estetica e ludica, i crismi dei propri contrasti estremi (sociali ma anche etici) è fuori di dubbio, almeno quanto la propria endemica vocazione al melodramma che trova ideale uno scenario fatto d’asprezze climatiche e di sconfinamenti tra mare e terre. Il regista Edoardo Winspeare (nel suo cognome si riflettono echi delle origini inglesi ma anche una vocazione da apolide) è un salentino purosangue: nel suo cinema possiamo ritrovare il gusto di tutti quei sentimenti viscerali, da artista del Sud orgoglioso di esserlo, fino ad oggi riflessi con originale gusto antropologico e robusta vocazione di narratore. E questo fin dal suo esordio con Pizzicata, risalente al 1996, che aveva come sfondo storico il fatidico 1943. Dopo un breve "esilio" dalla sua terra originaria (il precedente Il Miracolo era ambientato a Taranto) con questo suo ultimo lungometraggio, Galantuomini, Winspeare ritorna a circoscrivere, non solo territorialmente, la sua vicenda tra Montenegro e il Salento. E’ un film tutto giocato sul connubio che lega elementi narrativi e paesaggio e sul contrasto terra/fuoco abilmente riverberato nell’identità dei suoi due protagonisti, perduti lungo la sottile linea di confine che separa il Bene dal Male.
L’incipit della storia ci riporta alla fine degli anni Sessanta mentre tre bambini giocano tra di loro in una landa agricola: è l’emblematico teatro di un’infanzia vissuta in una terra prosperosa che inaridisce i propri abitanti, preludio di una crescita che ci conduce ai primi anni ’90. Lecce è il cuore di questo film dove si agitano pulsioni mai sopite e lacerazioni irrefrenabili che il regista inquadra sondando l’ambiguità dei volti e dei gesti dei propri personaggi. Tutto sembra infiammarsi fino al delirio in questo paesaggio rovente dove l’acqua del mare non riesce a raffreddare gli ardori esplosivi, in grado di creare cortocircuiti passionali che minano certezze morali e ruoli istituzionali in un pirandelliano girotondo che conduce alla perdizione.

Ed ecco dunque Ignazio (che ha l’aplomb malinconico ed elegante di uno dei nostri più sensibili interpreti, Fabrizio Gifuni) giudice del Sud molto stimato anche al Nord, dove ha lavorato per poi ritornare nella sua Lecce. Il suo destino, oltre che le sue indagini, lo conducono sulle tracce della bella Lucia (c’è ancora il riflesso di un legame irrisolto, tra i due, però mai dichiarato) che lavora come rappresentante di profumi, copertura del suo vero ruolo di braccio destro dello zio Carmine Zà (Giorgio Colangeli), uno dei capi della Sacra Corona Unita (che, per chi non lo sapesse, è una specie di Cosa Nostra operante in quel territorio a cavallo tra gli anni ’60 e i ’90 alimentata dai consueti traffici di droga ed armi). La spietata ed istintiva caporiona (una pasionaria del delitto come dell’eros) è incarnata con mediterranea, sulfurea consapevolezza da Donatella Finocchiaro (giustamente premiata alla recente, terza edizione del Festival di Roma, è una presenza che non si dimentica facilmente) capace di dare la giusta calibratura al volitivo carattere di questo personaggio ombroso ed imprevedibile, i cui repentini passaggi umorali si amalgamano all’ammaliante ed impervia geografia del film. A scatenare il tornado emotivo è la morte (per un’overdose provocata da una partita mal tagliata) di Fabio (Lamberto Probo), inseparabile amico d’infanzia sia di Ignazio che di Lucia. La sera prima del fattaccio, il giovane si era recato nella sala da biliardo di Infantino, spacciatore di droga vanitoso e fanfarone, ex–marito di Lucia e padre del suo bambino, impersonato da un convincente Giuseppe (Beppe) Fiorello, in un ruolo maledetto diverso da quelli, più bonari, interpretati per il piccolo schermo.
Rimasto sconvolto per la traumatica morte dell’amico d’infanzia, Ignazio accetta di guidare l’inchiesta sull’accaduto insieme alla sua collega Laura (Gioia Spaziani), scrupolosa ed intransigente. Naturalmente l’uomo si ritrova ad interrogare Lucia. L’imbarazzante confronto, l’alternarsi di pieni e vuoti negli sguardi e nelle parole, che oppone i due complici nel privato ma separati nelle rispettive passioni, è il preludio alla drammatica deriva a seguire. La situazione precipita quando Infantino conduce maldestramente una rapina ad un furgone di polizia, prima sottraendosi vigliaccamente alla sparatoria e poi rimanendo vittima (la stessa dinamica del colpo fallito di Sangue Vivo, foriero di tragiche conseguenze). Ricoverato all’ospedale per le ferite riportate, l’uomo viene fatto fuori. Attraverso una registrazione fatale, Ignazio scopre in quest’occasione il ruolo primario nell’organigramma criminale della sua Lucia, rimanendone sconvolto fino all’estrema decisione di abbandonare il caso. Anche la donna rimane travolta dal dilagare della guerra tra bande che insanguina il territorio e, una volta presa di mira dai nemici, decide di rifugiarsi dall’amico giudice.

Winspeare sa come governare la difficile materia di quest’apologo sul sempiterno scontro tra ragione e sentimento, allargando lo sguardo sulla degradazione di uno scenario sociale che in pochi anni ha subito mutamenti radicali, procedendo verso una degradazione che sembra non avere confini. In tale fatiscente contesto egli inscrive i suoi protagonisti invischiati nella partita pericolosa (di aldrichiana memoria) dove le maschere devono necessariamente cadere svelando desideri segreti ed empatie irrisolte. Così, Galantuomini descrive il labirintico percorso dei suoi protagonisti (la loro illusione di dominare pur essendo entrambi, secondo opposte ragioni, dominati) con elegante pudore e questo attraverso una forma di ballata tragica (non priva di evocativi richiami allo Shakespeare dei paradigmatici amori impossibili) che scopre esteticamente la misura estrema di sentimenti prima covati e poi esplosi in sequenze come quella che immerge la Finocchiaro e Gifuni nell’ombrato riflesso del loro desiderio carnale che finalmente trova il proprio sbocco, o quella che vede la prima abbandonarsi ad un ballo liberatorio sotto lo sguardo di lui, entrambi avvolti dai colori bluastri di un chiarore notturno. Naturalmente nessuna conciliazione si mostrerà possibile, nel crogiolo pieno di crepe di un Sud che è preda del veleno di un’ipocrisia sparsa ad ogni livello del tessuto civile, e dove ogni tentativo di autocoscienza è stemperato dalla dilagata corruzione imperante. L’ipotesi mélo del nostro cineasta apolide colpisce, dunque, nel segno.
Sceneggiato da Andrea Piva (regista de Lacapagira), da Alessandro Valenti e dallo stesso Winspeare, sorretto da una fotografia dai colori accesi ed ipnotici di Paolo Carnera e dall’originale ed avvolgente colonna sonora di Gabriele Rampino, Galantuomini è cinema vitale e necessario, che mostra senza pudore la propria nobile aspirazione, restituendoci il gusto di una narrazione che, come certi classici americani, sa indicare metafore resistenti tenendoci avvinghiati ai principi più segreti della nostra, comune, dolorosa realtà.

© 2008 reVision, Francesco Puma