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Gabrielle

1h 30'

Regia: Patrice Chéreau



Il premio attribuito ad Isabelle Huppert, Leone Speciale alla 62ma Mostra del Cinema di Venezia, per l'interpretazione sublime in Gabrielle, è indicativo non solo della qualità del film di Patrice Chéreau, ma soprattutto segnale della sempre più tangibile supremazia del corpo sull'immagine virtuale cinematografica. Dove la messa in scena della maggior parte delle opere cinematografiche ricorre agli effetti digitali, la pregnanza dell'organismo, dell’espressione facciale si rafforzano come sintomo più chiaro e profondo. Non a caso Gabrielle è costruito tutto intorno alle espressioni attoriali, tendenza manifestata in modo netto da Chéreau nel precedente Son Frère. Se qui era la malattia del fratello a sottolineare le visceralità potenti dell'organismo, dell'emozione, in Gabrielle le esplosioni emotive partono proprio dal conflitto mente corpo, dalla separazione del piacere dall'ordine razionale, mentale, spesso prefabbricato ad hoc dalle istituzioni sociali: coppia, famiglia, e così via.
Gabrielle per questo si avvale della presenza estrema di Isabelle Huppert. Corpo sempre disponibile ad ogni sventramento. La Huppert garantisce allo sguardo, anzi di più, a tutta la percezione dello spettatore, il raggiungimento di quel limite obliquo, traccia onnipresente delle nostre vite. Insomma l’indicibile che è semplicemente il vissuto che va dipanandosi, in ogni storia (im)possibile. Il rapido figurarsi su ogni minima espressione del corpo della Huppert dell’inevitabilità sensoriale.

Il film inizia con la supervisione razionale, voice off, di Pascal Greggory, nella visione di marito e sposo, elementi buttati lì sul piatto della bilancia con estrema precisione, sicurezza, pronti a saltare in aria, a scombinarsi, per turbare, continuare a turbare, tanto che il protagonista maschile dichiara di non poter difendersi da un’emozione mai provata. Il principio dell’incertezza, dopo la nascita, e la certezza angosciante di tutte le precarietà possibili e non immaginabili. Chéreau accompagna i suoi interpreti in questo dolce e terribile viaggio di vita, con primi piani sensibili e naturali che si traducono in visione autentica, mai artificiale, lungo il percorso già tracciato, almeno per la parte maschile, dal racconto di Joseph Conrad, Le retour, a cui il film s’ispira.
Il cinema di Chéreau da Intimacy a Son Frère è sempre più ricco per quella piacevole accumulazione lucida di pensieri brucianti, stati crudeli, emozioni insopportabili che sono subito dirompenti e coincidono con l’immagine mentale-corporea dei personaggi, che è anche il pensiero umano di una società, di ricchi borghesi, del primo novecento in Francia. Laddove ogni caratteristica della scenografia, l’eleganza tombale, le musiche tronfie di Fabio Vacchi, conducono direttamente ad un’espressione formale nitida dell’anima, senza estetismi vacui, quando i tempi cinematografici sono spezzati, oltrepassati da false didascalie, dalla dimensione fluttuante del colore, che dal bianco e nero "razionale" precipita nel colore molto più doloroso e irrazionale.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna