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Funny Games

1h 43'



Non quella forma di violenza edulcorata dalla rasserenante sensazione di tranquillità provata in genere da uno spettatore certo di vivere un'esperienza comunque filtrata dal contatto con il regno della fantasia, ma una violenza tangibile ed estrema, fermamente ancorata alla realtà, quella violenza spesso inspiegabile nella quale a chiunque può capitare di imbattersi nei momenti più inattesi. Da sempre al centro dell'analisi compiuta dal regista tedesco Michael Haneke, il rapporto fra violenza e media ed il ruolo di primaria importanza svolto dallo spettatore trovano in Funny Games la più compiuta affermazione. Non lasciamoci quindi trarre in inganno da un titolo apparentemente leggero e scanzonato dietro al quale, al posto dell'ammiccante divertimento preannunciato, emerge prepotente ed inattesa, così come inatteso e tagliente è il passaggio nella scena d'apertura dalla soavità della musica lirica all'ossessiva sperimentazione sonora di John Zorn e dei suoi Naked City, una tensione ed una ferocia che ventisette anni or sono avevano caratterizzato una pellicola ormai di culto, quell'Arancia Meccanica curiosamente tornato proprio in questi giorni sui nostri schermi privo dell'ormai anacronistico divieto ai minori di diciotto anni, che Haneke aggiorna a valori e contenuti propri degli anni novanta con, se possibile, ancora più cinismo e nessuna via di fuga.

La storia, di per sè, è piuttosto semplice e lineare, mentre le sorprese, e non sono poche, vengono date da soluzioni registiche talvolta opinabili ma sempre magistrali. Una famigliola come tante, Anna, Georg ed il loro bambino Georgie, lascia la città per passare le vacanze nella loro bella casa in riva al lago. I vicini di casa sono già arrivati, hanno anche due giovani ospiti, Paul e Peter, ma il loro comportamento non è quello di sempre, e non ci vorrà molto tempo a capire il perchè. Quando Peter si presenta da Anna, presto raggiunto anche da Paul, per chiedere con estrema cortesia quattro uova in prestito, per poi pretenderne altre quattro dopo averle rotte, facendo casualmente cadere il cellulare di una sempre più perplessa Anna nel lavandino pieno d'acqua, cominciamo anche noi a chiederci con lei: ma come hanno fatto ad entrare? Perchè mai stanno assumendo questo atteggiamento? Dove è andato a finire il cane? Perchè Anna non può essersi ancora resa conto, e così nemmeno Georg, di essere una semplice pedina in un gioco "divertente" e crudele dalle regole ben precise, regole da rispettare ad ogni costo per poterne godere fino in fondo.

Quello che terrorizza lo spettatore non è quindi la violenza gratuita, mai presente in maniera esplicita, ma l'immersione in una realtà che, apparentemente, non ha alcun legame con la cosiddetta fiction, ed in cui i più efferati crimini vengono compiuti da due "bravi ragazzi", due giovani irreprensibili in guanti bianchi, le conseguenze delle cui azioni viviamo in prima persona sui volti disumanizzati di vittime alle prese con la materializzazione dei peggiori incubi (bravissimi tutti gli attori, da Susanne Lothar e Ulrich Muehe, stupefacenti nella rappresentazione di una sofferenza senza limiti, ad Arno Frisch e Frank Giering, i loro carnefici, spontanei e solari nella loro quasi ingenua ferocia). E questa soffocante sensazione di tensione è, come dicevamo, enfatizzata da una regia superba nel suo minimalismo fatto di movimenti di macchina essenziali e lunghe inquadrature fisse (difficile da dimenticare quella sulla stanza in penombra con i due genitori immobili straziati dal dolore o l'altra sul televisore dallo schermo sporco di sangue). C'è qualcosa di discutibile, è vero, come l'effetto telecomando che rimanda al mondo della televisione e dei videogames (il gioco non funziona come vorremmo? Torniamo indietro e ricominciamo dal punto in cui lo avevamo salvato), c'è un vistoso buco di sceneggiatura (Peter e Paul che, senza alcun motivo, lasciano la casa permettendo ad Anna e Georg di liberarsi e di andare in cerca d'aiuto), ma l'affabile e seducente Paul che ammicca con estrema sicurezza alla telecamera e parla con lo spettatore chiamandolo in causa ci fa sentire un po' complici delle sue nefandezze, rendendo ancora più devastante la sensazione di angoscia che finisce per attanagliare lo stomaco.

© 1998 reVision, Carlo Cimmino