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Full Frontal

1h 41'

Regia: Steven Soderbergh



Come Godard, Soderbergh gira un film "esperimento", per come sa mettersi rischiosamente in gioco. Pieno di regole per gli attori che recitano una parte ambigua: se stessi, alcuni personaggi, e l’obiettivo sembra definitivamente quello di spogliare l’essere umano di fronte la macchina da presa come in Sesso, Bugie e Videotape (opera molto vicina a Full Frontal). Tuttavia questo procedimento necessita di quella crudeltà che manca al film, il quale sprofonda nella vacuità delle definizioni di una possibile identità.
Il cinema di Soderbergh è insomma sempre più un film dell’evanescenza. Leggerezza stilistica che assume le sfumature cromatiche più espressive. La luce bianca in Ocean’s Eleven in contrasto al nero buio della notte di Las Vegas, l’ocra violento e il blu del baratro in Traffic. In Full Frontal prevalgono le tinte calde e naturali registrate dalla videocamera digitale. I vari personaggi palesano una trasandatezza altmaniana; si scontrano senza un ordine preciso, casualmente li vediamo più che altro agitarsi spinti dalle personali e potenti ossessioni. La prima di tutte è essere chi, domandarsi della propria esistenza e del momento di verità che riescono a conquistarsi. Autenticità che infine troviamo soltanto nelle scelte di ogni essere umano. Quella di continuare a vivere comunque con le maschere quotidiane oppure togliersi la vita senza appello, e magari in modo sgomento e spettacolare, il giorno del quarantesimo compleanno, per fare di questa morte un segno espressivo, un mutamento lacerante per le esistenze vicine.

La mdp registra alcuni scarti probabili delle storie. Se è vero che i racconti interessano il contatto con la performance dell’attore, il suo rapporto intimo con un ruolo immaginario, alla fine ci rendiamo conto che il risultato è ancora più incerto e imbarazzante. Il cinema di Soderbergh in Full Frontal si svuota di segni sicuri, stabili, e lascia tutto il posto all’incertezza, al dubbio, a tutte le ipotesi plausibili di interpretazione. In effetti la spoliazione ci mostra con crudezza proprio questo: l’impossibilità di definire un carattere, il quale può sorgere e scomparire nel battito di un ciglio. La dimensione dell’impressione rimane allora l’unica possibilità di salvezza, ancorché sia vuota di un senso preciso, ed è naturale l’incontro di due persone attraverso internet, quando il più intimo rapporto con l’altro mostra continuamente il suo volto illusorio. Soderbergh rappresenta con gioia e anche disperazione il calembour delle vite. In questo senso si percepisce la durezza di una rappresentazione che non crede più nelle storie che racconta, poiché valgono infine i tic più piccoli dei personaggi, l’emotività spicciola e grande dei dialoghi più trascurabili e soprattutto le infinite interviste che girano sempre a vuoto intorno all’idea di un essere, una persona. Nessun grande evento ed il cinema che si dibatte tra grandi e piccoli attori fa il suo gioco trascinando con sé tutti, i personaggi nel film e nel film dentro il film. Caos e ordine non sono più neanche due estremi ma la stessa impercettibile sostanza del divenire.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna