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La recensione dalla 59^ Mostra di Venezia
di Fabrizio Pirovano clicca qui!


Frida

1h 58'

Regia: Julie Taymor



Le biografie letterarie, cinematografiche sono un genere a parte per l’impostazione tematica che sovente rispettano. Le caratteristiche di una storia appartenente ad una vita sono soprattutto gli aneddoti. E all’interno di questa aneddotica, di eventi chiave o comunque rilevanti, il ritratto più o meno epico del protagonista finisce con l’essere schiacciato dalle parole o peggio da triti stereotipi. Prendiamo ad esempio la sessualità di Frida Kahlo, tra bisessualità, infedeltà, gelosia ed amore coniugale. Perché debba esprimere (obbligatoriamente) una rivolta, o uno choc per il solito pubblico perbenista che così può archiviare, etichettandolo, il caso dell’ennesimo artista maledetto, uno stereotipo davvero insopportabile per descrivere l’esistenza di qualsiasi persona.
Dunque occorre nel film di Taymor liberarsi di questi luoghi comuni che rivivono in una dimensione troppo debole e sterile, immagini piatte e poi tentativi veri e propri di liberarsi dalle convenzioni narrative utilizzando risorse sceniche come il fumetto o l’animazione dei quadri di Frida. Mezzi che certamente non bastano per liberare il film dal kitsch.
Nello stereotipo finiscono, dopo il sesso, anche l’alcol e la politica (militante), e l’apparizione sottolineata e burlesca di personaggi molto famosi come Trotsky, Picasso e Rockefeller. Come se l’intimità di una donna dovesse esser pubblicizzata, o peggio, esteriorizzata attraverso un estetismo quasi pubblicitario tra la soap opera e lo spot.

In realtà il grido di Frida è sempre interno, organico e maleodorante, fatto di protesi e gessi, di stampelle e garze chirurgiche, ma sempre poco gridato perché violentemente subito come l’incidente, e nonostante la sua urlata (all’esterno) e necessaria ostinazione e pervicacia a bilanciare, camminando sempre verso la vitalità, gli eventi contrari e drammatici che la vorrebbero inerte e condannata a invalidità d’ogni tipo, all’immobilità (alla quale Frida reagisce metaforicamente, ma non tanto, con la scalata imperiosa delle piramidi Maya). Ed il film tenta invano di comunicare questa continua, incessante opposizione di forze. Da una parte il senso di morte, il nichilismo delle sue figure che diventano pittura, dall’altra la presenza, ancora lì nel mondo tetro ed angosciante di segni che manifestano tutta la loro resistenza e la meraviglia quasi per essere ancora lì a raccontarsi, intrecciati da un coacervo spaventoso di sentimenti. Diego Rivera sintetizza con una battuta non solo la pittura di Frida, ma ogni sua espressione sensoriale: "la sua pittura è crudele come l’amarezza della vita". E qui si riferisce non solo alla vita della moglie, ma a quella di tutti, al dolore universale, di tutti gli esseri umani, sentimento che rende immediatamente sconvolgente e penetrante ogni figurazione della pittrice messicana, indelebile, indimenticabile. E allora il film di Taymor è solo un tiepido veicolo della potenza d’immagine di una pittrice il cui ritratto cinematografico dovrebbe subire forse la stessa violenza dei suoi quadri, altrimenti rischia di trasformarsi in ridicola parodia o pantomima.

© 2003 reVision, Andrea Caramanna