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Frida1h 58'
Regia: Julie Taymor Le biografie letterarie, cinematografiche sono un genere a parte per
l’impostazione tematica che sovente rispettano. Le caratteristiche di una
storia appartenente ad una vita sono soprattutto gli aneddoti. E all’interno di
questa aneddotica, di eventi chiave o comunque rilevanti, il ritratto più o
meno epico del protagonista finisce con l’essere schiacciato dalle parole o
peggio da triti stereotipi. Prendiamo ad esempio la sessualità di Frida Kahlo,
tra bisessualità, infedeltà, gelosia ed amore coniugale. Perché debba esprimere
(obbligatoriamente) una rivolta, o uno choc per il solito pubblico perbenista
che così può archiviare, etichettandolo, il caso dell’ennesimo artista
maledetto, uno stereotipo davvero insopportabile per descrivere l’esistenza di
qualsiasi persona. Dunque occorre nel film di Taymor liberarsi di questi luoghi comuni che rivivono in una dimensione troppo debole e sterile, immagini piatte e poi tentativi veri e propri di liberarsi dalle convenzioni narrative utilizzando risorse sceniche come il fumetto o l’animazione dei quadri di Frida. Mezzi che certamente non bastano per liberare il film dal kitsch. Nello stereotipo finiscono, dopo il sesso, anche l’alcol e la politica (militante), e l’apparizione sottolineata e burlesca di personaggi molto famosi come Trotsky, Picasso e Rockefeller. Come se l’intimità di una donna dovesse esser pubblicizzata, o peggio, esteriorizzata attraverso un estetismo quasi pubblicitario tra la soap opera e lo spot. In realtà il grido di Frida è sempre interno, organico e maleodorante, fatto di
protesi e gessi, di stampelle e garze chirurgiche, ma sempre poco gridato
perché violentemente subito come l’incidente, e nonostante la sua urlata
(all’esterno) e necessaria ostinazione e pervicacia a bilanciare, camminando
sempre verso la vitalità, gli eventi contrari e drammatici che la vorrebbero
inerte e condannata a invalidità d’ogni tipo, all’immobilità (alla quale Frida
reagisce metaforicamente, ma non tanto, con la scalata imperiosa delle piramidi
Maya). Ed il film tenta invano di comunicare questa continua, incessante
opposizione di forze. Da una parte il senso di morte, il nichilismo delle sue
figure che diventano pittura, dall’altra la presenza, ancora lì nel mondo tetro
ed angosciante di segni che manifestano tutta la loro resistenza e la
meraviglia quasi per essere ancora lì a raccontarsi, intrecciati da un coacervo
spaventoso di sentimenti. Diego Rivera sintetizza con una battuta non solo la
pittura di Frida, ma ogni sua espressione sensoriale: "la sua pittura è crudele
come l’amarezza della vita". E qui si riferisce non solo alla vita della
moglie, ma a quella di tutti, al dolore universale, di tutti gli esseri umani,
sentimento che rende immediatamente sconvolgente e penetrante ogni figurazione
della pittrice messicana, indelebile, indimenticabile. E allora il film di
Taymor è solo un tiepido veicolo della potenza d’immagine di una pittrice il
cui ritratto cinematografico dovrebbe subire forse la stessa violenza dei suoi
quadri, altrimenti rischia di trasformarsi in ridicola parodia o pantomima.
© 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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