Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



RadioFreccia

1h 52'



"La vita non è perfetta, le vite dei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti, la vita è piena di tempi morti. Nei film sai sempre come va a finire, nella vita non lo sai mai". Con questa frase, un po' delirante ma in fondo vera, si apre RadioFreccia, film d'esordio del cantante Luciano Ligabue. Prodotto dalla coraggiosa Fandango di Domenico Procacci in collaborazione con la Medusa Film e sceneggiato dallo stesso Ligabue insieme ad Antonio Leotti, RadioFreccia trae spunto da alcuni dei racconti che il cantante ha raccolto nel libro-diario "Fuori e dentro il borgo", uscito nel '97, e racconta la storia di una "radio libera", Radio Raptus, cui si legano strettamente le vicende personali dei suoi fondatori, cinque ragazzi della provincia emiliana: Bruno (Luciano Federico), Tito (Enrico Salimbeni), Boris (Roberto Zibetti), Iena (Alessio Modica) e Ivan, leader del gruppo, detto Freccia (Stefano Accorsi) "per via di una voglia a forma di punta di freccia sulla guancia destra".
Ambientato negli anni '70, quando gli effetti della rivoluzione sessuale si cominciavano a far sentire anche in provincia, si diffondeva tra i giovani la curiosità nei confronti dell'eroina e bastava un trasmettitore da 5 watt, un vecchio giradischi, un mixerino ed un microfono per far sentire la propria voce in FM, RadioFreccia fotografa con sentimento e levità il momento in cui i cinque amici si apprestano a varcare l'immaginaria linea d'ombra che li separa dal mondo degli adulti. Il compito di raccontare questo importante passaggio Ligabue lo affida a Bruno (un convincente Luciano Federico), alla sua voce, alla sua radio, quella radio che, dopo aver raccolto per diciotto anni le risate, le stupidaggini e gli sfoghi dei componenti del gruppo, chiude i battenti.

Il regista si serve di questo espediente narrativo non solo per toccare una realtà affascinante e per lo più sconosciuta ai giovani di oggi, quella delle "radio libere", ma anche per rievocare la realtà della provincia emiliana di quell'epoca. Ecco così recuperati da un passato non troppo lontano i luoghi, le consuetudini e i curiosi personaggi della Correggio degli anni '70. Ecco ricostruito il Bar Laika, vero cuore del borgo, col suo barista-confessore (un efficace Francesco Guccini). Ecco rievocati i riti delle nozze all'emiliana in una divertente scena di abbuffata forzata dei nostri ad opera di un cameriere dispotico (un esilarante Vito). Ed ecco Bonanza (Manuel Maggioli), la cui esagerata passione per il cinema ha proiettato in un mondo parallelo fatto di duelli e praterie, Kingo (Davide Tavernelli), balordo sosia di Elvis, Pluto (Ottorino Ferrari), il cui passatempo è raccogliere con un registratore le testimonianze di defunti famosi, e Virus (Fulvio Farnetti), sempre pronto a mettersi alla prova in sfide bislacche.
Tutto ciò è raccontato con passione, partecipazione e poesia dal neoregista Ligabue e con efficacia dagli attori, tutti bravissimi e perfettamente calzanti ai loro ruoli. Più che appropriato il commento musicale del film, realizzato dallo stesso Ligabue, cui si uniscono un paio di brani inediti del cantante e una selezione delle canzoni più "passate" dalle radio libere dell'epoca, selezione che è costata in diritti alla produzione del film ben 600 milioni ma che annovera alcuni dei più bei brani di quegli anni, fatta eccezione per quelli degli "Stones", perché troppo cari. Tanto per citarne alcuni: "Rebel Rebel" di David Bowie, "Vicious" di Lou Reed, "Long Train Running" dei Doobie Brothers. Il risultato è un film giovane, fresco, popolare ma poetico perché genuino, semplice ma profondo perché tocca temi sociali importanti... Insomma un film vivo e vibrante, capace di far ridere e di far sognare ma con un suo spazio per la riflessione.




Incontro con Luciano Ligabue




Dopo aver sfondato nell'ambiente musicale ed aver scritto un libro di successo ("Fuori e dentro il borgo"), Luciano Ligabue, rockstar dal cuore emiliano, debutta nel cinema come sceneggiatore e regista del film RadioFreccia che trae ispirazione dalle pagine del suo stesso libro e vede come cornice i luoghi della sua infanzia. Così Ligabue ci ha parlato di questa sua prima esperienza cinematografica...

- Come nasce il Ligabue regista?
"Inizialmente Domenico (n.d.r. Procacci, produttore) mi aveva semplicemente chiesto di scrivere sulla base di alcuni racconti contenuti nel mio libro, "Fuori e dentro il borgo", una sceneggiatura. Una volta completato il lavoro di scrittura, Domenico ha pensato che nessuno meglio di me conosceva i luoghi, le atmosfere, i sentimenti e i personaggi della storia che volevamo portare sullo schermo e così mi ha proposto di assumere la regia del film. Lì per lì ho pensato che fosse impazzito (solo ad un pazzo poteva venire una simile idea!), ma poi mi sono detto "perché no? Quando mi ricapita una simile occasione?", e così ho accettato".

- Come si è preparato per questo suo esordio alla regia?
"Guardando tanti film e affidandomi all'esperienza del regista Antonello Grimaldi (Il Cielo E' Sempre Più Blu) che, oltre a darmi un'infarinatura teorica preziosissima prima di iniziare le riprese, mi è stato vicino in maniera discreta per tutta la durata delle stesse, pronto a sciogliere i miei dubbi e ad intervenire quando rischiavo "sgrammaticature" pesanti".

- Qual è l'idea centrale del film?
"Il passaggio della linea d'ombra, ovvero il momento in cui un gruppo di ragazzi lascia l'adolescenza per entrare nell'età adulta".

- Perché ha scelto come cornice per questo racconto di formazione gli anni '70?
"Innanzi tutto perché li ho vissuti, e mi piace sempre parlare di cose che conosco, e poi perché i '70 mi permettevano di raccontare due fenomeni tipici dell'epoca: la nascita delle radio libere e il diffondersi del consumo di eroina".

- Se le chiedessi a questo punto di definirmi in una frase RadioFreccia, cosa direbbe?
"Che RadioFreccia è la versione senza oceano di Un Mercoledì Da Leoni".

- Prima di dirigere questo film che tipo d'interesse aveva per il cinema?
"Sono un appassionato di cinema da sempre ed è forse proprio a causa di questa passione che mi sono lasciato convincere da Procacci a dirigere RadioFreccia".

- Quali sono i suoi film del cuore?
"Oltre ad Un Mercoledì Da Leoni, Apocalypse Now, Shining, Amarcord e ne potrei citare molti altri".

- E i suoi registi preferiti, chi sono?
"I registi che stimo di più sono Martin Scorsese e Stanley Kubrick".

- Perché ha scelto di comparire nel film solo in una breve inquadratura e non si è invece ritagliato un ruolo per sè?
"Semplicemente perché non mi interessava recitare, cosa tra l'altro di cui non credo di essere capace, e poi stavo già cimentandomi in un ruolo nuovo per me, quello di regista, rischiare ulteriormente sarebbe stato davvero troppo".

- Da quali elementi del libro prende spunto il film?
"'Il film nasce principalmente da due racconti di "Fuori e dentro il borgo, "Il girotondo di Freccia" e "Radio Fu", racconti sui quali io e Antonio Leotti abbiamo imbastito una storia di respiro più ampio, inserendovi però episodi e personaggi distribuiti quà e là nel libro. Trascurata, per scelta, è invece tutta la parte biografico-professionale".

- Quanto della sua storia personale c'è nel film?
"Il film è lontano dall'essere autobiografico, anche se naturalmente contiene elementi che conosco bene e che in parte mi appartengono".

- Con quale criterio ha scelto gli attori?
"Ho cercato attori che risultassero credibili nei panni di ragazzi di vent'anni e che avessero un accento non lontano da quello emiliano, essendo i dialoghi scritti in un gergo tipico delle mie parti".

- Come mai ha pensato di proporre il ruolo del barista del borgo a Francesco Guccini? E come è riuscito a coinvolgerlo nel progetto?
"Già in fase di scrittura mi piaceva immaginare Guccini nei panni del barista e forse quel ruolo l'ho scritto proprio pensando a lui come interprete. Come ho fatto a convincerlo ad accettare? Non è stato molto difficile. Francesco infatti, divertito dalla singolare proposta, si è subito reso disponibile".

- Ci parli della musica. Che posto ha nel film?
"E' parte integrante della narrazione, non poteva essere altrimenti in un film in cui si parla di radio libere!".

- Come ha scelto i brani da inserire nella colonna sonora?
"Ho cercato per quanto possibile, ovvero per quanto consentiva il budget, di mettere nel film le canzoni che i conduttori delle radio libere usavano passare all'epoca: da "Rebel Rebel" di David Bowie a "The Passenger" di Iggy Pop, da "Long Train Running" dei Doobie Brothers a "Vicious" di Lou Reed, da "Year of the Cat" di Al Stewart a "Sweet Home Alabama" dei Lynyrd Skynyrd, e via dicendo. Questi 'classici' degli anni '70 si fondono con un paio di brani inediti scritti da me e alcuni pezzi strumentali di commento in cui per la prima volta arrischio assoli alla chitarra".

- Ora che ha raggiunto il successo, la notorietà e si sposta di città in città, come sente la realtà provinciale di Correggio?
"Ci convivo, come ho sempre fatto, prendendone gli apetti positivi (il contatto umano) e sopportandone i difetti (la facilità al pettegolezzo)".

© 1998 reVision, Maria Stella Taccone



torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci