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Scoprendo ForresterFinding Forrester - 2h 13'
Regia: Gus Van Sant Dopo Salinger e Pynchon, il terzo grande "scomparso" della letteratura americana si chiama William Forrester, l’autore di un unico grande
romanzo, Avalon Landing, pubblicato quarant’anni fa. Oggi Forrester vive sotto falso nome in un appartamento del Bronx, lontano dagli onori e dalle accademie. Ma Jamal,
un ragazzo con la passione per il basket e per la scrittura, decide una sera di fargli visita...
È una triste ironia il fatto che un film avente per soggetto la letteratura presenti come principale difetto quello di essere scritto male. Altra ironia ancor più pesante è che Scoprendo Forrester, pur elogiando l’unicità dell’artista e condannando la gretta mediocrità che lo circonda, i plagi e i ricalchi che accerchiano ogni grande opera, mostri esso stesso l’aspetto di un mediocre ricalco; anzi, di una successione di ricalchi. Il primo anello della catena è L’Attimo Fuggente: semplicistico, ruffiano, giovanilista finché si vuole, ma senza dubbio un film che ha toccato corde che il cinema commerciale aveva ripetutamente steccato, che ha saputo porgere la vecchia equivalenza poesia=vita in modo ammaliante e insolito. Dal film di Weir, Robin Williams conservò la figura del professore anticonformista e la innestò praticamente intatta in Will Hunting - Genio Ribelle di Gus Van Sant, dove però dalla letteratura si passava alla matematica. Due anni più tardi Van Sant si rassegna a ricopiare il proprio stesso film, tornando alla letteratura. Già visto, già letto. E quindi, stereotipi oltre il limite di guardia. Perché ogni ragazzo nero del Bronx dev’essere un patito del basket e avere un fratello rapper? Perché la prima ragazza che incontra all’università è ovviamente la figlia del rettore? Perché l’appartamento di un grande scrittore deve per forza essere immerso nella polvere? E poi: va bene che ogni genio deve avere come contraltare un amico sciocco, ma è quantomeno bizzarro che uno studente di un corso di letteratura non abbia mai sentito nominare Coleridge... Simmetrie forzate e sterili. Nella scuola di periferia sono tutti neri, nella scuola d’elite tutti bianchi. Jamal ha un fratello disadattato, quindi anche Forrester deve
avere un fratello morto giovanissimo e per giunta campione di football (e dunque: doppio parallelo incrociato tra sport e arte). Per inseguire queste corrispondenze da
manualetto di sceneggiatura, si tralascia l’unico dualismo che avrebbe conferito un qualche valore al film: quello tra il Forrester di Connery e il professor Crawford di
F. Murray Abraham, ovvero Guglielmo da Baskerville e Bernardo Gui, il filosofo deluso e l’inquisitore acidulo, il Mozart genio negligente e il Salieri mediocre consapevole.
Forse l’errore fatale di Van Sant è di relegare questo intrigante scontro di caratteri ai margini della trama, sciupando il sempre incisivo Abraham in una sfocata macchietta
la cui malvagità resta in fondo incomprensibile.
Altra feconda possibilità sarebbe stata quella di concentrare l’intero film nell’appartamento di Forrester, facendoci seguire in tempo reale lo svolgimento delle sue lezioni, l’alternanza di sconforto ed eccitazione, i dubbi, le cancellature, le infinite versioni di una singola frase, l’angosciosa ricerca della parola giusta, i fogli eternamente bianchi e quelli cestinati con dispetto... E invece, a quanto pare, tutto ciò che un Premio Pulitzer può insegnare ad un allievo è una regoletta da terza media: non iniziare mai una frase con la congiunzione "E"! Una caduta tanto puerile da convincerci ad attendere ancora per coronare un vecchio sogno di spettatori: un altro grande film (dopo Providence, Shining, L’Ultima Tempesta e pochissimi altri) che abbia per protagonista la Scrittura. © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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