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Correndo con le Forbici in ManoRunning with Scissors - 2h 02'
Regia: Ryan Murphy Come tutte le storie realmente accadute, anche questa di Correndo con le Forbici
in Mano nasconde un’insidia: che una volta raccontata (o trasposta sullo schermo) possa apparire forzata o addirittura
irreale. La matrice di questo film d’esordio di Ryan Murphy è un best seller firmato da Augusten Burroughs (cognome già di per
sé evocativo di trasgressione ed infatti posticcio, poiché il vero nome dell’autore è Christopher Robison), ambientato nell’ormai
lontana America degli anni ’70 dove un bambino che prova a vivere il legittimo trasloco nell’adolescenza deve vedersela con
la propria strampalata e degenerata famiglia.Il libro, con il suo racconto in prima persona, è un consueto ma abile rigurgito dal figlio emancipato finalmente pronto all’autoanalisi liberatoria. E’ scritto con ironica leggerezza e dichiarato gusto (un po’ drammatico) per l’ellissi, scandaloso quanto basta per farsi apprezzare dai più. Naturalmente, nel passaggio dal romanzo al film, risulta più evidente la volontà metaforica di raccontare, attraverso le bislacche vicissitudini delle due famiglie terribili e vessatrici del protagonista, il cupo e un po’ perverso girare a vuoto di una società opulenta che mandando al macero certi valori tradizionali non ha saputo crearne altri di alternativi, rimanendo tragicamente e grottescamente a metà del guado. Oggi nel paese governato da Bush provano a coesistere le più contraddittorie forme di convivenza e di relazione tra generazioni: una tendenza di caotico divenire di un Nuovo Oriente che sembra essere irresistibile e che, per riflesso, fa sorgere in noi il sospetto (in questa nostra Italia divisa dall’ansia di secolarizzazione definitiva) che il problema dell’equilibrio non possa risolversi in uno scontro tra valori forti ed inciuci debolmente relativisti: insomma, che non sarà un Dico a salvarci ormai lo abbiamo capito. Ma tornando all’America post sessantottina di Burroughs e Murphy, infilatasi giocoforza nel cul de sac dell’utopia "beat", non
crediamo possa risultare particolarmente ammonitrice la storia, fin troppo singolare, del piccolo Augusten. Questi (che da
bambino è interpretato da Jack Kaeding e da adolescente da Joseph Cross) è preda, già a sei anni, delle patologiche ansie di
autoaffermazione della madre Deirdre (Annette Bening) che usa i propri mediocri versi per rivolgersi al figlio, riducendolo a
cavia per le conferenze di un circolo letterario gestito nel proprio appartamento assieme ad una serie di discepole. In attesa
di veder pubblicata una sua poesia sul New Yorker, la donna decide di unirsi con una delle sue adepte, Fern Stewart (Kristin
Chenoweth), provando a guarire tramite la deriva saffica dalla depressione cavalcante. Dal canto suo il padre Norman (Alec
Baldwin), professore di matematica represso ed alcolizzato, non può non prendere atto della traumatica decisione della moglie,
quando il pargoletto viene affidato, dalla madre, alla famiglia dell’amico psicologo, il dottor Finch (Brian Cox). Per Augusten,
manco a dirlo, è un passaggio dalla padella alla brace: la dimora dei Finch, dove a predominare è un’orribile tonalità rosa-shocking,
sembra una succursale del manicomio. Agnes, la moglie del dottore (interprete una ben ritrovata Jill Clayburgh) è un’alienata
all’ultimo stadio, in perenne, catatonica contemplazione del suo serial tv preferito, il "Dark Shadows" prodotto a suo tempo
da Dan Curtis. Per non parlare delle figlie, Natalie (Evan Rachel Wood) che gioca a fare la ribelle senza causa, e Hope (Gwyneth
Paltrow) che non scherza per nulla con il suo pericoloso bigottismo. Riguardo al capofamiglia, basti dire della sua vocazione
a valutare la posizione delle proprie feci come segni di congiunzione astrale (nel film si adotta un’inquadratura aberrata, dal
punto di vista del water, per evitare a noi tutti l’orribile visione). Quest’inimmaginabile famiglia produce pure alberi di
Natale montati fuori tempo massimo, cene a base di crocchette per cani, macchina da elettroshock usata come passatempo, assunzione
incontrollata di valium e psicofarmaci vari e persino il sacrificio del povero gatto Freud rimasto soffocato nel cesto della
biancheria dove l’ha relegato, per quattro giorni senza acqua né cibo, la perfida Hope.Per fuggire a tutto questo, l’ormai adolescente Augusten prova a consumare un goffo rapporto omosessuale con Neil Bookman (Joseph Fiennes), figlio adottivo dello stesso dottor Finch, e da questi attratto (mercé un complesso edipico da manuale) durante un dopocinema seguito alla visione d’essai di un film di Lina Wertmüller. Fortunatamente sappiamo quale radioso futuro di scrittore di successo attenda il nostro novello David Copperfield, la cui sensibilità è stata letteralmente macinata dalla bizzarra sua esperienza. Cercando di replicare gli umori della recente, riuscita commedia di Wes Anderson, I Tenenbaum,
il regista Murphy, reduce dal successo della fortunata serie Nip/Tuck, tenta la sua già sperimentata carta d’autore
scrivendo la sceneggiatura ed affidandosi ai collaboratori televisivi (per la fotografia Christopher Baffa, come art director
Richard Sherman e Lou Eyrich per i costumi). Il risultato, a dire il vero, è incerto: volendo restare fedele alla pagina scritta,
il film svela un po’ troppo rigidamente la propria origine letteraria, a causa anche di una regia che non sa dosare i tempi
delle singole scene. In questa quotidiana discesa agli inferi, all’inizio colorata di vivace ironia pop e successivamente
inscritta nelle più cupe tonalità del dramma domestico, i personaggi hanno un loro risalto grazie soprattutto all’efficace
caratterizzazione degli interpreti, tutti ugualmente bravi. Ma è davvero difficile riuscire ad identificarsi con lo smarrimento
e i traumi del giovane Augusten, anche se è impossibile non provare simpatia per lui quando la macchina lo scopre, nell’ultima
sequenza, seduto su una panchina, indeciso come un personaggio di Cechov, se piangere o ridere dopo aver consumato la sua
incredibile esperienza. La sua resistente perplessità, la sua paura di futuro, ma anche la sua voglia di vivere ci dicono qualcosa
a proposito dell’etica pragmatica dell’altra America, quella di Mark Twain: resistere, resistere, resistere per poi riuscire
a ribaltare il destino, nella terra dove ogni esperienza, anche la più assurda, può trasformarsi in un best seller, forbici
permettendo.
© 2007 reVision, Francesco Puma |
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