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Follia

Asylum - 1h 38'

Regia: David McKenzie



Per David McKenzie la follia è una vera e propria fonte d’ispirazione. Già era accaduto nella sua precedente regia, Young Adam, dove un’ambientazione simenoniana, su una chiatta fluviale negli anni ’50, faceva da sfondo alla storia di un perturbamento morboso, protagonisti una matura donna disposta a lasciare il marito per un giovane roso dal germe della follia. Di recente, con l’ausilio dello sceneggiatore Patrick Marber (a cui si deve il copione, per il teatro e per il grande schermo, di Closer e poi il notevole Diario di uno Scandalo), McKenzie ha pensato di colmare l’imperdonabile lacuna della mancata riduzione cinematografica del best-seller dell’inglese Patrick McGrath, "Follia" (in Italia pubblicato da Adelphi e da noi notato ed apprezzato al tempo della sua prima uscita). Il risultato è questo film omonimo, prodotto nel 2005, presentato al Festival di Berlino dello stesso anno e testé recuperato nelle sale grazie alla NoShame Films, etichetta che così debutta nella distribuzione in pellicola dopo essersi fatta le ossa nel mercato del Dvd.
Storia di un amore estremo e delle sue inevitabili conseguenze, che qualche volta conducono a patologici sconfinamenti e a derive emotive apparentate con la schizofrenia ed i suoi derivati, Follia comunica inizialmente una sgradevole sensazione di déjà vu, con la sua ambientazione nell’Inghilterra degli anni ’50 (a noi è venuto in mente Separate Lies, in italiano tradotto inopinatamente Un Giorno per Sbaglio, con Emily Watson disposta a tutto per il dandy Rupert Everett a dispetto del noioso marito procuratore Tom Wilkinson). Ma basta aver pazienza (e un po’ di fede nell’abilità non banale di McGrath, acuto tessitore di trame psicologiche assai impervie e variegate), per scoprire il fascino di questa tela di ragno che avvolge i turbamenti di Stella Raphael (interpretata magistralmente da Natasha Richardson), moglie di Max (Hugh Bonneville), un’insigne psichiatra criminale al quale viene conferito un incarico di prestigio all'interno del manicomio dove lavora, gestito dal carismatico dottor Peter Cleave (un Ian McKellen in magnifica forma). Aggirandosi per i ben rasati e un po’ asettici giardini della casa di cura, la donna (che ha anche un figlio di dieci anni, Charlie, ed è già consapevole della crisi coniugale che l’attanaglia, a causa della palese mediocrità dell’algido consorte) s’imbatte in Edgar Stark (l’ottimo Marton Csokas), l’uomo che cambierà per sempre la sua vita. Si tratta di un artista affascinante e dallo sguardo magnetico che sconta lì un uxoricidio ed è ridotto a lavorare come giardiniere. La scintilla del travolgente amour fou si accende durante un ricevimento ed intacca sentimenti e sensi dei due, provocando una bruciante tensione sessuale che sembra alimentata da un furore represso e che è naturalmente incosciente delle prevedibili conseguenze.

Il romanzo è molto abile ad intrappolare il lettore in un labirintico magmatico divenire degli eventi, stemperando i risvolti mélo, contravvenendo a certe regole ottocentesche di marca flaubertiana che volevano conferire e spiegare, con risvolti anche "ideologici", le pulsioni erotiche delle Madame Bovary di turno, destinate alla punizione dall’implacabile sorte. Qui, invece, la condizione "folle" sembra conquistare tutti i personaggi e le atmosfere in un gioco speculare, governato da leggi crudeli, che non risparmia nessuno. Le vittime si confondono ai carnefici e le patologie finiscono per sovrapporsi facendoci apparire malati sia l’incontenibile Edgar, la cui forma di gelosia psicotica rischia di esplodere passo dopo passo, sia il mediocre Max ipocritamente disposto ad un perdono meccanico e preda di una disarmante afasia implicitamente masochista. Ed è come se a Stella toccasse sobbarcarsi il peso dei perturbamenti di un mondo maschile votato al massacro, da eroina protagonista di una tragedia moderna che denuncia i propri risvolti catastrofici, l’assurdo di una dimensione quotidiana che ha perso ogni crisma di normalità più o meno imposta. Così il film mostra la donna inebetita mentre il piccolo Charlie, precipitato nel fiume, affoga. Preclusasi ogni possibilità d’integrazione non le resta che percorrere fino in fondo, e con angoscia crescente, il suo calvario che culminerà in un gesto estremo e in un’ultima battuta, quel "lasciatemi sola", con la quale si consegna al proprio destino di maudit ormai stritolata nelle spire di un amore maledetto, vissuto sul filo del rasoio. Testimone ambiguo del cul de sac fatale è il dottor Cleave (io narrante nel romanzo originario), il cui interesse analitico nei confronti della perversa deriva dei suoi pazienti artisti cela aspirazioni represse, mentre è palese il suo amore frustrato per Stella.
Altre opere di McGrath hanno avuto trascrizioni cinematografiche, come il goffo Grotesque del paludato ed enfatico John-Paul Davidson con protagonista un ingessato Sting, e come il genialmente astratto (fino al beckettismo) Spider (con sceneggiatura firmata dello stesso scrittore) affidato al talento visionario di David Cronenberg. La versione di Follia, firmata da McKenzie, pur senza riservare eclatanti sorprese di stile, ha l’encomiabile pregio di recuperare le geometrie aberrate del libro, mantenendo intatto un tessuto narrativo tradizionale e affidandosi al carisma dei suoi straordinari interpreti (che confermano la tenuta dell’ormai leggendaria professionalità anglosassone), immergendoli nelle giuste atmosfere di questo viaggio lungo i sentieri dissestati del Desiderio.
Non è difficile riconoscersi in tale bramosia di disequilibrio e di fuga dalla quotidianità, ed è uno dei punti forti sia del romanzo sia del film l’intenzionalità di sospendere il giudizio su una vicenda capace di proporre con forza l’endemica, irresistibile immoralità delle passioni e pulsioni umane. Appagati da un film come questo, non ci resta che sperare nella prossima riduzione dell’altro romanzo di McGrath, "Il morbo di Haggard", narrazione ellittica di un’ossessione amorosa ambientata nella Londra agli inizi degli anni Quaranta. Il personaggio del dr. Haggard, consumato fino allo spasimo da un amore vissuto nell’insana penombra di stanze chiuse, attende il suo autore per il grande schermo. Per un cinema, cioè, che sappia farsi importante e necessario anche attraverso la letteratura. Come ai bei tempi.

© 2007 reVision, Francesco Puma