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Flash of Genius

1h 58'

Regia: Marc Abraham



L’America, generatrice dei miti più resistenti del Novecento passato, è il regno delle contraddizioni: è il Paese della democrazia conquistata ma anche la potenza economica e bellica che è disposta a tutto per affermare il proprio privato. E’ la terra dove l’idea di giustizia sembra trovare spazio e ragione, dove l’etica sembra fondare l’unione tra razze e culture variegate ma dove è possibile che tali principi possano essere offesi e umiliati fino all’estremo. Spesse volte, il cinema si è impegnato a raccontare il dark side della capitale dell’occidente ferito e, forse, decaduto. L’ha fatto narrandoci dei dubbi e delle lacerazioni dell’uomo comune, quello che crede profondamente nel rispetto e nell’amore familiare in quanto motore d’unione tra individui, sedimentando nella propria coscienza il concetto di giustizia, confrontandosi in un labirinto esistenziale dove s’intersecano porte, scale, ascensori, i sentieri interrotti del potere individuale e collettivo dove regnano il sorriso falso e ipocrita, il cinismo e il tradimento, strumenti d’alienazione e d’inganno, capaci di svuotare di senso ogni adesione ai principi morali che governano la convivenza sociale.
La parabola dell’uomo comune e del suo annunciato riscatto è una costante narrativa del cinema made in Usa. Basandosi su un articolo pubblicato sul "The New Yorker" da John Seabrook, sceneggiato per il grande schermo da Philip Railsback e diretto dal produttore Marc Abraham (alla sua prima prova dietro la macchina da presa), Flash of Genius è un film sul sogno americano che si rovescia come un guanto trasformandosi in un incubo. Un dramma psicologico che sonda da vicino lo sfaldamento di un nutrito corpus familiare di una certa America degli anni ’60 ancora conquistata dalla prorompente forza della nuova frontiera sognata, ma già erosa dall’avidità dello sviluppo senza progresso del capitalismo.

Il film si apre mostrandoci un uomo stanco e smarrito, mal vestito e delirante, che si trova seduto su una corriera tenendo al proprio fianco un aquilone, fino a quando due sceriffi lo invitano cortesemente a scendere. Da questa scena si sviluppa, a ritroso la storia dei tre anni che precedono questo toccante smarrimento. A Detroit, nel Michigan, durante una giornata piovosa, notiamo un felice gruppo familiare che esce da una chiesa dopo aver ascoltato il sermone del prete locale. La coppia che ha messo al mondo sei figli è composta da Robert Kearns (Greg Kinnear), un ingegnere–inventore che insegna all’università e dalla bella Phyllis (Lauren Graham, la "mamma per amica" dell’omonima serie televisiva, qui impegnata in una buona prova tutta giocata sui semitoni). D’improvviso, ecco sovvenire un insieme di piccole inquietudini: tergicristalli che non funzionano come dovrebbero, l’immagine, riflessa allo specchio di casa, dell’occhio sinistro di Robert che lacrima in seguito ad un incidente di percorso avvenuto nel giorno della sua luna di miele, un tappo di champagne schizzato per caso. Da qui la fulminante idea di rimontare il motorino del tergicristallo, di perfezionare il marchingegno e di brevettare una nuova, piccola, decisiva intenzione: il tergicristallo a intermittenza. Non avendo un master class in economia in tasca, Robert stenta a mettere a punto il suo patrimonio. Decide di entrare in società con l’amico Gil Privick (Dermot Mulroney) e propone l’idea del brevetto alla multinazionale, riuscendo a suscitare interesse senza farsi rubare la formula vincente. Istintivamente orientato ad autoprodursi, l’uomo incontra il potente capo della casa di automobili, Macklin Tyler (Mitch Pileggi) che si mostra disposto a chiudere l’affare. Ma qualcosa non va per il verso giusto: l’accordo ufficiale non si concretizza e un po’ di tempo dopo Robert si accorge che, durante un galà, la Ford lancia i propri nuovi modelli dotati del tergicristallo a intermittenza. In una parola, la sua invenzione è stata rubata. Inutile ricorrere a vie legali ed altrettanto inutile confidare sulla fedeltà dell’amico Gil che lo tradisce: a Robert non resta che sprofondare nell’esaurimento nervoso. E’ lui l’uomo della corriera, il flashback è finito, imminente è il suo ricovero presso l’istituto psichiatrico di Rockville. Tre mesi dopo, l’inventore frustrato, una volta uscito, ritrova la propria famiglia e viene affiancato nella sua battaglia di novello Davide contro Golia da un nuovo avvocato, Gregory Lawson (Alan Alda), che finisce col proporre un deludente patteggiamento. Sempre più pervicacemente ossessionato, Robert decide di fare da solo, mentre l’esasperata moglie lo lascia portandosi appresso i figli. L’uomo si fortifica legalmente, studiando le leggi e affrontando il giudizio in tribunale. In questa impresa di autodifesa trova l’appoggio dei figli, specialmente del primogenito Dennis (Landon Norris) che lo affiancherà alle udienze. Come in una storia di Frank Capra, alla fine l’uomo la spunta ottenendo un risarcimento di dieci milioni di dollari: l’onestà intellettuale ha la meglio sulla logica del profitto, la legge premia la volontà del più debole, la sua determinazione morale. L’assunto è tipicamente made in Usa: non conta solamente avere il "colpo di genio" (come recita il titolo originale) se non si è capaci di sostenere fino all’estremo le proprie ragioni.

La regia di questa piccola storia esemplare firmata da Marc Abraham è molto sobria e pudica nell’esibire i propri risvolti sentimentali, la sceneggiatura di Railsback tratteggia con garbo la discesa agli inferi che sfocia in un courtroom drama liberatorio. Un film profondamente coppoliano che si giova, per il ruolo di Robert, dell’apporto di un magnifico attore (da noi sempre apprezzato), Greg Kinnear, peraltro presente sugli schermi, in questa italica parentesi estiva, con altri due film, l’interessante commedia fantastica Ghost Town e il mediocre Baby Mama. Kinnear è uno di quelli impermeabili al divismo ma che si è fatto notare per il suo eclettismo fin dalle sue prime prove, nel remake di Sabrina firmato da Pollack come nella memorabile commedia Qualcosa è Cambiato di James L. Brook o nel ruolo del popolare attore televisivo malato di sesso Bob Crane in Autofocus di Paul Schrader. La sua flagrante, autentica interpretazione in Flash of Genius è un tassello fondamentale per una carriera in ascesa. E’ lui uno dei segni forti di un film robusto e ispirato che vivifica l’antico fondamento su cui è basata l’efficacia leggendaria dell’american way of life: il valore, utopisticamente affermato, dell’unione familiare e della festa, quella del Ringraziamento, che si rivolge al divino. A siglare la peregrinazione del solitario in lotta contro le forze dell’ingiustizia, resta l’esorcistica evocazione della riunione familiare: il flash of genius per sconfiggere il Male che incombe.

© 2009 reVision, Francesco Puma