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Flags of Our Fathers2h 12'
Regia: Clint Eastwood Il dramma di guerra Flags of Our Fathers è la cronaca di una delle più sanguinose battaglie della storia moderna, uno scontro che
ebbe inizio il 19 febbraio e terminò il 26 marzo 1945, lasciando sul campo 46.000 morti. Durante la campagna del Pacifico, l’esercito giapponese tenta di difendere la strategica
isola di Iwo Jima dall’assalto dei marine americani. Dal mare, il 5° Corpo Anfibio al comando dell’ammiraglio Spruance che cerca di aprire un varco con un bombardamento incessante
di due mesi. A presidio dell’isolotto di appena 1.200 kmq, il generale Kuribayashi e i suoi 23.000 uomini in postazioni difensive fortificate.Ma il nuovo lavoro di Clint Eastwood non è il solito war movie in cui la ragione sta tutta dalla parte dell’occidente e costituisce la prima parte di un progetto molto più ambizioso e politically correct: un dittico di film che si propongono di analizzare a 360 gradi un episodio della seconda guerra mondiale cruento e carico di significati politici e sociologici. Sarà Letters from Iwo Jima, infatti, a mostrare, prossimamente su grande schermo, l’altra faccia della medaglia e a consentire al pubblico mondiale un faticoso ma, ormai, dovuto confronto con il lato giapponese dello scontro, raccontando l’altra metà della storia. Dopo lo sbarco, la battaglia è sanguinosa: all’interno dei bunker sotterranei la guarnigione giapponese è al riparo, mentre le truppe statunitensi sono sotto il fuoco nemico. Solo dopo 5 settimane di scontri, e altre 8 per debellare la resistenza, la vittoria arride agli statunitensi. Il risultato, sicuramente importante per le strategie di potere degli schieramenti avversi, forse rende meno insensata la violenza consumatasi in quei luoghi se si considera che, nei mesi successivi, l’atterraggio ad Iwo Jima di 2.400 bombardieri B-29 danneggiati permette di salvare la vita a più di 24.000 aviatori che altrimenti sarebbero morti nell’oceano. La pagina scelta da Eastwood è, in particolare, quella in cui si narra di un episodio immortalato in una famosa fotografia scattata da Joe Rosenthal, reporter dell’Associated Press,
vincitore del Pulitzer nel 1945. Sei giovani soldati americani, stanchi e infangati, issano la bandiera a stelle e strisce su un’asta improvvisata, in cima al Suribachi, il monte che
domina l’isola. Una bandiera che diventa, per un Paese in bancarotta, il simbolo della vittoria degli ideali della nazione, valori come onore e amor patrio, in un momento in cui gli
orrori della guerra sovrastano, per peso e fetore, la gloria degli eserciti.La verità dietro quell’immagine, fatta di coraggio e terrore, di carneficine ed eroismo, è stata raccontata, per la prima volta, proprio dal figlio di uno di quei sei uomini, James Bradley, in un romanzo bellico che, pur esaltando il patriottismo, non sottovaluta mai il dramma umano del singolo soldato. Basandosi sui documenti, le lettere, gli appunti e le fotografie originali dell’epoca, Eastwood riesce a tratteggiare il profilo di una generazione e riflette sulle conseguenze della guerra i cui eroi, in realtà, sono i ragazzi che non sono tornati. Il film che ne trae è epico e crepuscolare al tempo stesso, molto moderno, permeato dall’immanenza della morte e dal sentimento di dolente compassione per il dolore e la sofferenza dell’"altro", e si avvale di una terna di professionisti premi Oscar quali regista (Eastwood), coproduttore (Steven Spielberg) e sceneggiatore (Paul Haggis, collaboratore di Eastwood in Million Dollar Baby). Il film di Eastwood affronta questo grande affresco corale con tutta la sensibilità da sempre mostrata in ogni sua opera, seguendo, con affetto, il manipolo di soldati dalla chiamata alle armi all’addestramento speciale; dallo sbarco alla conquista del picco e ricompone la grande storia partendo dalle vite degli individui che i libri difficilmente ricordano. Nonostante chiunque abbia visto la foto abbia pensato alla vittoria, solo tre degli uomini ritratti nella foto tornarono in patria vivi, costretti, oltretutto, per il resto della vita a fare i conti con le cicatrici di una violenza quasi insopportabile. Lo stesso Bradley, che non passò una notte senza piangere, pare si rifugiasse spesso in un cantuccio della memoria, ricordando che, dopo aver piantato la bandiera, lui e i suoi compagni ebbero il permesso di fare un bagno. E il film si chiude proprio così, guardando agli eroi come a bambini che giocano nell’acqua mentre la bandiera, sullo sfondo, danza nel vento. © 2006 reVision, Elisa Schianchi |
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