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Il Fiume

He Liu - 1h 55'



Orso d'Argento e Premio speciale della Giuria al Festival di Berlino 1997, Il Fiume è il terzo lungometraggio del regista taiwanese - ma in realtà è nato in Malesia - Tsai Ming-liang, già vincitore con il suo Vive L'Amour del 1994 di un Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.
Per chi non li avesse già visti, Il Fiume, strettamente legato ai due precedenti film, potrebbe risultare poco chiaro fin dalla più semplice individuazione dei personaggi. Si tratta, infatti, di un cinema estremo fatto di simbolismi che non concede nulla allo spettatore poco attento e che resta fin troppo oscuro anche per il cinefilo più incallito.

Continuando il suo viaggio attraverso la vita di Xiao-kang (l'attore Lee Kang-sheng), Tsai Ming-liang sceglie questa volta di far riemergere l'elemento famiglia, messo da parte in Vive l'Amour, in tutte le sue contraddizioni: una casa dalla quale Xiao-kang si tiene sempre lontano e dove torna solo perchè è seriamente malato, due genitori tanto distanti da lui quanto fra di loro, ognuno con la propria vita, ognuno che bada solo a sè stesso. Un'impossibilità di costruire solide relazioni con gli altri dovuta ad una incomunicabilità che, propria già del cinema di Michelangelo Antonioni, a cui Tsai Ming-liang è fin troppo spesso accostato, è ormai accentuata dai folli ritmi di una società contemporanea schiacciata fra il benessere economico ed il degrado ambientale. E se l'appartamento in cui Xiao-kang si sente intrappolato è un simbolo, lo stesso, ed a maggior ragione, si può dire per il fiume inquinato che appare nella prima parte del film e che simboleggia la vita: "più viaggiamo lungo il fiume della vita - dice il regista - maggiori sono i dilemmi che dobbiamo affrontare, derivanti da un ambiente degradato".

Personaggi quindi isolati dal mondo esterno, chiusi in sè stessi, vaganti con la testa fra le nuvole nel mondo irreale di una irriconoscibile Taipei dalle strade e dai cavalcavia surrealisticamente vuoti: Xiao-kang, afflitto da un terribile dolore che, dopo un bagno nel fiume inquinato, gli impedisce qualsiasi movimento e lo conduce da medici e guaritori, fra massaggi ed agopuntura, nella speranza di alleviare la sofferenza; il padre (Miao Tien, uno dei più famosi attori del cinema di Taiwan e di Hong Kong), abituale frequentatore di buie saune gay che non disdegna i rapporti mercenari - "se la vita è come un fiume, una parte di essa sarà sempre oscuramente, vorticosamente e impenetrabilmente profonda. Il padre avrà sempre dei lati oscuri e repressi da nascondere" - ; la madre, ascensorista in un ristorante, amante insoddisfatta di un uomo che traffica in videocassette pirata.
Ed al centro delle loro esistenze viene a collocarsi la presenza di uno degli elementi costanti nella cinematografia di Tsai Ming-liang: l'acqua. Che sia l'acqua di un fiume, l'acqua piovana, o la perdita di un rubinetto, "l'acqua simboleggia il desiderio, fuoriesce e provoca guai", e come il dolore al collo costringe Xiao-kang a reagire, affrontando la vita pur di risolvere i propri problemi, così la perdita d'acqua nella stanza da letto conduce il padre ad una situazione analoga, ad una reazione che lo pone su di un piano parallelo a quello del figlio.

Siamo, se ci fosse bisogno di specificarlo, in una dimensione ormai inusuale, quella del puro cinema, in cui il regista non si cura tanto di progettare a tavolino i mille movimenti della macchina da presa, ma lascia partire la pellicola ed osserva vivere i suoi personaggi. E se Il Fiume, nella sua voluta mancanza di fluidità, è talvolta opprimente, il finale apre alla speranza: non più un pianto disperato rotto dai singhiozzi, ma una finestra che si apre verso il domani.

© 1997 reVision, Carlo Cimmino