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La Guerra dei Fiori Rossi

Kan Shang Qu Hen Mei - 1h 27'

Regia: Zhang Yuan



A volte anche un semplice sberleffo con la lingua o l’atto di spargere la propria pipì sulla neve possono trasformarsi in un gesto di ribellione estrema specialmente se, da bambini, si é prigionieri delle regole aberranti di un collegio di Pechino che somiglia ad una caserma. Davvero non sembra esserci altra possibilità di trasgressione per il giovanissimo Qiang, protagonista del nuovo film di Zhang Yuan, ovvero di uno degli emergenti e più coraggiosi nuovi autori del cinema cinese, osteggiati dalla resistente censura di quel paese non ancora convertito alla democrazia. La storia di questo La Guerra dei Fiori Rossi è ambientata nel fatale periodo del Grande Timoniere, di quel Mao Zedong che divenne presidente della Repubblica Popolare nel 1949 governando da tiranno (famose furono le sue purghe in nome della Rivoluzione culturale) fino alla morte avvenuta nel 1976. Nelle sue precedenti, rimarchevoli prove il regista ci ha raccontato a squarci la drammatica condizione della società cinese soggiogata dalle implacabili leggi di una dittatura spietata anche nel negare i fondamentali diritti civili: nel realistico Diciassette Anni dove la protagonista soffre il disagio del proprio percorso di "rieducazione" incontrando i familiari nel suo primo Natale di libertà dopo molti anni di prigione; nel melò East Palace, West Palace dove un giovane scrittore gay finisce per ammaliare una guardia che lo sta sottoponendo ad uno stringente interrogatorio e nell’acre commedia Bastardi a Pechino dove le vicissitudini di un gruppo rock divengono un colorito pretesto per un’illuminante rappresentazione delle utopie di una generazione alla ricerca di nuovi spazi di libertà.

Il tetro, avvilente asilo de La Guerra dei Fiori Rossi è un lager dell’educazione coatta nel quale i piccoli protagonisti sono costretti ad elaborare la loro sofferta solitudine, a dispetto della candida natura che li circonda simile a quella di certe fiabe quietamente minacciose. La parabola di Zhang Yuan si svolge durante un inverno degli anni cinquanta, raccontandoci la quotidianità addolorata dei bambini reclusi costretti all’assurdo rigore di coercizioni punitive che impediscono loro di manifestare lacrime, sorrisi o smorfie. Non è altro che un’incontenibile, naturale vivacità ad impedire al piccolo Qiang (interpretato dal delizioso esordiente Dong Bowen) di conquistare l’ambito fiore rosso assegnato ai più disciplinati del collegio dall’austera Maestra Li (Zhao Rui) accompagnata dalla più comprensiva sua vice Maestra Tang (Li Xiaofeng). I rituali persino un po’ ridicoli che impongono agli allievi un ordine militaresco - in sintonia con l’asettico, austero lindore delle camerate coi loro squallidi lettini allineati - vengono raccontati come la parossistica metafora della grottesca, ideologica imposizione di un egualitarismo contronatura: sono regole di economicità "rivoluzionaria" quelle che impongono ai fanciulloni le mutandine dotate di fenditura sul didietro buona ad impedire il ricorso ai più dispendiosi pannolini. Ma non saranno gli annichilenti rigorismi della disciplina maoista adattata ai futuri adepti, ancora in erba, del Libretto Rosso ad impedire la piccola ma significativa ribellione del Giamburrasca di turno. L’anarchica lezione del Vigo di Zero in Condotta è sempre viva: sarà proprio la sua furia infantilmente irriverente a condurre l’incontenibile Qiang a fungere da esempio per i suoi più timidi coetanei e a stringere un’amicizia liberatoria con la piccola Beiyan (Chen Manyuan), sua vicina di letto.

Tratto da un racconto autobiografico dello scrittore Wang Shuo (autentico maudit famoso in patria per il modo stravagante di scrivere e di presentarsi in pubblico), il film esibisce una leggiadria davvero irresistibile concedendosi gustose notazioni ironiche che riecheggiano certe atmosfere felliniane (si veda la scena dei pargoletti che, guidati dal protagonista si avviano carponi e con i culetti al vento a sbirciare la maestrina in attesa che questa si trasformi in un mostro da favola, episodio che annuncia il futuro ammutinamento dei bambini). E c’è un decisivo apporto italiano in questa produzione dovuta a Marco Müller in collaborazione con Rai Cinema e l’Istituto Luce che distribuisce, con la collaborazione al montaggio di Jacopo Quadri e alla colonna sonora di Carlo Crivelli.
Che La Guerra dei Fiori Rossi non sia un film innocuo lo dimostra la perplessità con la quale è stato concesso al film il visto di censura, naturalmente dopo che il regista ha acconsentito ad alcuni tagli strategici. Così questo delizioso apologo sulla Cina ad altezza di sguardo infantile si chiude con la malinconica scena di Qiang che osserva un corteo di lavoratori con tanto di fasce rosse in esposizione: Zhang Yuan aveva girato delle inquadrature che mostravano il piccolo intento a fare la pipì al passaggio del gruppo. La censura ha invece imposto il cut sull’infantile sguardo sorpreso ad evocare, da solo, l’ansia di libertà di tutto un popolo, l’aspirazione naturale che, di tanto in tanto dovrebbe farci tornare tutti bambini e, qualche volta persino, angeli ribelli.

© 2007 reVision, Francesco Puma