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Il Fiore Del Male

La Fleur Du Mal - 1h 44'

Regia: Claude Chabrol



Sottile indagatore del male oscuro della provincia francese, Claude Chabrol ci propone un’altra indagine che potrebbe assomigliare a tante altre del suo cinema se questa volta il delitto non scaturisse da una sorta di atrofia del senso morale, quasi la provincia non nascondesse più delitti innominabili che rimandano ad una catena di cause oggettive, ma una deriva esistenziale e morale più complessa priva apparentemente di ragioni oggettive.
Certo, apparentemente le cose stanno diversamente e tutto ha inizio nel 1944, in pieno collaborazionismo, quando è facile finire uccisi per aver fatto dei nomi ai nazisti. Ma ora, a distanza di tanti anni, quando un volantino, distribuito in piena campagna elettorale per l’elezione a sindaco, viene a sconvolgere equilibri che sembrano ormai inamovibili, una famiglia è costretta a fare i conti con il proprio passato e soprattutto con la propria inettitudine morale.
Già, perché proprio di inettitudine morale a ben vedere si tratta, dal momento che se mamma si candida alle elezioni senza sapere scegliere un partito, papà trama nell’ombra, tradisce a ripetizione e forse è proprio lui l’autore del misterioso volantino, mentre i rispettivi figli di primo letto si amano neanche troppo segretamente, nella speranza di allontanarsi da una famiglia troppo soffocante che non sanno attaccare direttamente. E allora quel che accade nel finale che non sveleremo è il frutto inevitabile di legami che non hanno più ragione di essere, che forse non sono mai esistiti e che fanno riferimento ad un mondo disgregato, fatto di apparenze, di superfici che riflettono un dolore segreto, incapace di fare i conti con il proprio universo morale.

Qui tutto è dolore e apparenza e non c’è relazione di causa ed effetto che possa aiutare a trovare una spiegazione, che possa aiutare ad individuare le ragioni del dolore e del delitto. Per questo parlavamo all’inizio di deriva esistenziale e morale, quasi l’incapacità di credere responsabilmente alle proprie e alle altrui ragioni fosse in questo caso il risultato di un’incapacità, quella di tradurre le proprie ragioni, i propri gesti nell’alfabeto, sia pure elementare, di un universo morale che ha smarrito le proprie coordinate o forse non le ha mai avute. Ma c’è qualcosa di più: si tratta della difficoltà di attribuire al mondo un qualsiasi ordine che sia traducibile in un linguaggio convenzionale e accettato. L’atrofia del senso morale è insomma spia di un disagio ancora più sottile e segreto. Quello che porta a negare al mondo la capacità di nascondere dentro di sé una lingua che sia traducibile, che possa portare ad un ribaltamento del senso e non alla semplice espressione dei propri desideri, anche quelli più trasgressivi, anche quelli che più portano con sé l’incapacità di rapportarsi all’altro, quell’altro che è costantemente negato nella diversità irriducibile che lo costituisce, come si intuisce nell’enigmatico e altrimenti incomprensibile finale, dove è svelata l’incapacità di sentire l’altro come espressione del dischiudersi di un mondo, sia pure negativo e concorrente nei confronti del proprio.

© 2003 reVision, Marco Marinelli



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