![]() |
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
||
![]() |
Final FantasyFinal Fantasy: The Spirits Within - 1h 46'
Regia: Hironobu Sakaguchi e Motonori Sakakibara Si discute a lungo sulla qualità delle nuove tecnologie. Che
le chiome della dottoressa Aki Ross siano sospese, eteree, e per questo ancora
più affascinanti, che gli attori numerici siano meglio di quelli in carne ed
ossa. Basterebbe osservare i lineamenti dei protagonisti: hanno l'aspetto d'eroi
scolpiti con geometrica precisione. L'umanità, quella brutta, sporca ed anche
cattiva che scorreggia, copula come vuole natura è definitivamente sostituita
da questa velatissima operazione di disinfestazione dell'escrescenza che non
vediamo neanche sui cattivi di turno. Sul viso di Aki la "mdp" zooma
per indagare la purezza della pelle, la sua tenera trasparenza, i colori
sottili che ne fanno la perfetta creatura new age. Insomma la tecnologia
digitale certo non serve a creare questo tipo di personaggi dalla superficiale
essenza spirituale, perché la spiritualità è la dimensione interiore della
carne che agogna la leggerezza dell'ombra e il fantasma della misteriosa
trascendenza, perché "la morte è la vera padrona" (così si diceva in
quel bellissimo episodio della serie Spazio 1999 titolo originale molto
più chiaro "Death's other dominion" rispetto al normale "Il
pianeta di ghiaccio"). Così verrebbe naturale chiedersi dove si manifesta
la riflessione filosofica sulla immaterialità, in quale immagine, attraverso
quale simbologia, dacché i corpi digitali sembrano davvero morti, senz'anima.
Curioso che la storia cerchi di sondare invece le forze spirituali dentro corpi
già immateriali, che sono soltanto una serie numerica e non la riproduzione
elettromagnetica di corpi materiali.
Tuttavia è bene abbandonare la riflessione sul medium perché non appare neanche
proficua. Vale a dire che la debacle di Final Fantasy non consiste certo
nell'utilizzo di attori virtuali, ma nell'ignoranza di una prassi drammaturgica
che sta alla base della messa in scena cinematografica da oltre cento anni. Ed
allora si vede perfettamente che il film deriva da un videogioco (creato nel
lontano 1987 dal regista Hironobu Sakaguchi), come se il trapasso per
ibridazione da un medium (la consolle) all'altro (la sala cinematografica)
fosse parzialmente riuscito, o come se questo ibrido conservasse il piacere
ludico dell'immaginario giocattolo senza la drammatizzazione della storia.
Senz'altro il racconto si prostra di fronte ai luoghi comuni della finzione
fantascientifica, prendendo spunti a destra e a manca, eludendo le necessarie
rielaborazioni. Cosicché ci troviamo nel consueto plot della terra invasa dagli
alieni, che sono le forze spirituali malvagie o dovremmo meglio definirle
negative, sfumatura non da poco perché in sintonia con i movimenti ecologisti e
naturalisti, forze "oscure" che porteranno, se dovessero prevalere
sulle energie positive, alla definitiva distruzione della popolazione
terrestre, già peraltro rifugiata in spazi angusti, protetti da barriere
ipertecnologiche; siamo nel 2065, con una New York vecchia che sembra presa a
prestito direttamente da 1997 Fuga da New York di John Carpenter. La
vecchia città è ormai abbandonata al degrado e abitata soltanto da pericolosi
esseri che in questo caso non sono i derelitti e i furfanti carpenteriani, ma
fantasmi che somigliano ai ritratti dell'aura tanto di moda all'inizio del
ventesimo secolo. Esseri trasparenti che hanno le sembianze di mostruosi
pidocchi o gamberetti ingranditi migliaia di volte. Naturalmente l'ambientazione virtuale è il vero pregio del film, che almeno riesce a conquistare nello spazio percettivo dello spettatore una dimensione originale di viaggio in spazi sconosciuti, sebbene sia facile riconoscere anche in questo caso l'enorme debito nei confronti della pittura surrealista ed onirica, in particolare Salvator Dalí e de Chirico. © 2001 reVision, Andrea Caramanna |
|
|
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
|||