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La Fine E' Il Mio Inizio

Das Ende Ist Mein Anfang - 1h 36'

Regia: Jo Baier



Ogni desiderio di dialogo, quando propone l’istanza di verità assolute perché profonde, travalica i confini generazionali e si rivolge ai figli, quelli reali e quelli ideali. Questo accade soprattutto quando sopraggiunge la consapevolezza di essere alla fine dei propri giorni, quando il dolore della malattia, capace di minare ogni forza fisica, non riesce a spegnere l’urgenza di un colloquio col mondo. Le parole, allora, si fanno pietre (come diceva Carlo Levi) e ogni riflessione, ogni ricordo, ogni argomentare scandiscono un tempo nuovo, e più interiore, in lotta col tempo reale, che si è fatto breve. Per Tiziano Terzani, giornalista e scrittore migrante, questo dialogo è stato sempre l’affermazione ostinata di un ideale di pace. Da personaggio – uomo (per dirla con Debenedetti), Terzani ha raccontato, nelle sue cronache di viaggio, l’essenza dialettica di culture liminari e ai più estranee, di territori altri e impervi: e, nel raccontare tutto questo, ha raccontato di sé stesso.
I suoi libri, come quelli della compianta Oriana Fallaci, sono qualcosa di più che i modesti pamphlet a cui la recente retorica giornalistica degli istant–book da vetrina ci ha abituati: sono libri che testimoniano di un impegno a mantenere vivo il dialogo con la statura storico–sociale della realtà. Terzani manca a molti, da quando, il 28 luglio 2004, ci ha lasciati, a sessantasei anni. Il suo carisma, la sua lancinante presenza è diventata un segno da interpretare: la sua morte è stata, per chi lo ha amato, un nuovo inizio. Così, il colloquio intenso fino allo struggimento col figlio Folco, si è trasformato in un importante libro edito da Longanesi, La Fine è il Mio Inizio, che ora è diventato un film. Ad incarnare Terzani sul grande schermo è stato chiamato Bruno Ganz, uno dei pochi attori in grado di regalare il peso della propria presenza, al di là delle sfumature interpretative, che pure riesce a controllare con magnetica perizia. Lunga barba bianca e sguardo mobile capace di fissare l’infinito del pensiero: Ganz così fa propria l’acutezza di Terzani, recuperando l’esperienza di un suo antico personaggio di poeta in attesa di un ricovero forse fatale, affondato nella malinconia scaturita da una lettera della moglie evocante una lontana estate, in L’Eternità è un Giorno di Theodoros Angelopoulos. In quella malinconica allegoria, l’estate è un tepore ventoso che avvolge il percorso a ritroso del protagonista: in questo film su Terzani, invece, la stagione calda fa stagliare il panorama di una Toscana limpida come nei poemi cinematografici di Franco Piavoli. E’ in questo scenario, carico di silenzi, che si svolge il confronto tra padre e figlio, con l’immanente presenza della Natura, perché tutto possa farsi vibrante.

La Fine è il Mio Inizio è una co–produzione italo–tedesca, basata su una sceneggiatura scritta dallo stesso Folco Terzani, con la collaborazione del produttore Ulrich Limmer. E’ un film dal respiro cecoviano, una scheggia di verità intima in cui affiora il pudore di una condizione dolorosa da esorcizzare a tutti i costi, con parole e sguardi che avvicinano tutte le distanze emotive, immersi come sono in un luogo ospitale e antico in cui è facile rintracciare cromature mitologiche. La malattia di Tiziano è un dolore intollerabile per la famiglia che lui tenta di consolare attraverso un commovente esercizio di resistenza dove si ostenta una serenità impossibile. Elio Germano affronta con sensibilità naturale e senza alcun compiacimento attorale il difficile ruolo del figlio Folco; l’attrice austriaca Erika Pluhar è la moglie Angela, la cui presenza discreta fino all’assenza determina il fluire delle giornate, mentre Andrea Osvàrt è la figlia Saskia, con un figlio appena nato che è crisma di futuro. E’ un gruppo familiare che ha un suo lessico felice fatto della stessa discrezione e dello stesso pudore di cui sono intessuti i resoconti, più accesi, delle cronache letterarie di Terzani. Mentre il cancro gli procura dolori annichilenti, lo scrittore sciorina al figlio i propri ammonimenti, fragili come cristalli preziosi: le sue parole sull’utopia perduta della Storia, sulla disillusione rispetto ai conflitti giusti e alle battaglie legittime che lo hanno spinto, dopo anni di viaggi per il mondo e al sopraggiungere della malattia, a rifugiarsi per tre anni sulla vetta dell’Himalaya, prima di fare ritorno alla sua tenuta nell’Orsigna. E’ un film minimalista in cui, però, ogni espressione e parola, così come ogni oggetto e paesaggio, assumono connotati giganteschi indicandoci cicli e circolarità emblematiche, continui ritorni al tempo lungo della riflessione. La morte che coincide con la vita: questo è il tema sospeso a cui offre rilievo la temperata colonna sonora composta dal pianista Ludovico Einaudi.
E, nel racconto, ogni descrizione si fa essenziale: Terzani–Ganz offre a Folco–Germano immagini infinitesimali del mondo che ha visitato, frammenti che indicano il tutto, come la coccinella dell’Himalaya o le cavallette che annunciano la primavera. E’ un dialogo intensissimo e vitale, in cui trova afflato simbolico un albero a cui vengono applicati degli occhi finti cosicché possa guardare lontano mentre, attorno ad esso, lo sguardo di un bambino s’incrocia a quello del nonno durante un gioco che trasuda innocenza nel marcare il passaggio tra giovinezza e vecchiaia. E la complicità tra padre e figlio trova un’occasione di fisicità durante la passeggiata a raggiungere la cima di una montagna: ultima impresa, piccola e grande, come quelle più vaste e faticose del Terzani cronista–visitatore in Cina, Vietnam, Giappone e India, tappe di un peregrinare animato da inquietudini e curiosità, sempre assecondato dall’alveo familiare. Nella Cina culla dell’utopia possibile, nella Saigon assediata o nella Cambogia delle atrocità consumate dai Khmer Rossi, Terzani sperimenta un giro di vite ideologico e filosofico fino alla consapevole scelta di una robusta conversione spirituale, in India, ad abbracciare la dottrina di Mahatma Gandhi. Un nomadismo condiviso dal figlio che, durante il dialogo rievoca il periodo in cui fu dal padre iscritto in istituti scolastici cinesi nel periodo della rivoluzione maoista. Scelte contrastate e sacrificanti, talora un po’ incoscienti, ma che hanno il sapore di un’esistenza i cui giorni non sono mai stati sprecati. Il personaggio–uomo Terzani può esprimere così le sue ultime volontà, il proprio desiderio di essere cremato, la richiesta alla famiglia che le proprie ceneri siano sparse al vento, dalla cima della montagna che sovrasta la sua tenuta, e senza lacrime versate, così da fissare la memoria di una presenza inscrivendola limpidamente in un paesaggio circostante a contatto con la Natura del mondo. Quella Natura che la Storia ha affrontato e i cui conflitti uomini come Terzani hanno saputo vivere e raccontare, viaggiando a ritroso, per rinascere e far rinascere tutti noi, per sempre.

© 2011 reVision, Francesco Puma