![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
The Final Cut1h 45'
Regia: Omar Naïm Il montaggio "finale" è stato sempre una scelta esclusiva.
Valutare i materiali, selezionarne alcuni, lasciarne nell’oblìo altri. Chi
sovrintende al montaggio ha una responsabilità precisa. La sua azione, infatti,
si basa sull’intima considerazione della realtà dei fatti. La verità è sempre
nel flusso ininterrotto (impercettibile totalmente) d’immagini (della nostra
vita), ma solo alcune rimarranno, perché la memoria ha sempre svolto, in modo
parzialmente misterioso, il lavoro di sintesi e conservazione delle tracce
mnestiche, i ricordi.Le tecnologie di videosorveglianza, nel mondo pervaso da occhi che scrutano da ogni parte, ci stanno invece abituando a registrare tutto così com’è, senza filtri, vicini all’automatismo della macchina da presa vertoviana. Dall’inizio alla fine. Nel film l’ipotesi si traduce in una specie di squid senz’anima alla Strange Days di Kathryn Bigelow, un chip impiantato dalla nascita in alcuni individui. Qualche centimetro artificiale intelligente che registra le immagini direttamente dal nervo ottico. Non dal cervello. Quindi non i sogni ad occhi aperti o le allucinazioni. Ma qualche chip difettoso le registra lo stesso ed allora è un grande spettacolo... La natura della visione così risulta molto più complessa da quella spiegata, ridotta, considerata dai personaggi in azione, di fronte alla pretesa di fantomatici montatori, i quali vendono solo le immagini, le sequenze che i clienti desiderano. Protagonisti che raramente comunicano, anche solo con le battute dei dialoghi, l’indecifrabile ambiguità delle registrazioni conservate dalla solita multinazionale, a parte la banale rabbia nei confronti di chi assembla per professione le vite altrui, ma sprofonda inevitabilmente anche nelle vite di persone che vorrebbero difesa la propria privacy (che oggi va tanto di moda, ma chi è pronto a difenderla di fronte al pretestuoso bisogno di sicurezza di enti e istituzioni varie?). Il volto di Robin Williams sembra ormai eternamente sospeso nella smorfia di attore drammatico, qui più che mai vicino alle espressioni dolenti, ossessive, dell’uomo bicentenario. Il film non prova ad esplorare con il coraggio di uno
sguardo diretto proprio il nervo scoperto dalla "drammatica" possibilità di
avere un film della vita. Una soggettiva continua che mai testimonia il
sentimento dell’occhio che l’ha prodotta. Da ciò la sostanziale incongruenza
con la pretesa di conservare memoria dell’individuo, essendo i ricordi materia
intima creata da numerose elaborazioni cerebrali e non solo l’immagine impressionata
nella retina.Per questo motivo il film s’introduce nello scollamento tra visione e memoria, nel corpo del protagonista Alan Hackman (Williams). La prima scena contiene, infatti, un frammento ambiguo di memoria: l’incidente che ha prodotto il dolore nel tempo. Ma si trattava di un’immagine falsata dalle elaborazioni cerebrali del protagonista. Tanto che l’incidente d’infanzia non era mai accaduto, o meglio non era stato fatale per uno dei protagonisti. Di fronte ad un soggetto così denso sicuramente la messa in scena di Omar Naïm poteva valorizzare meglio i lati più oscuri. Il tentativo, in effetti, c’è nel raggelamento continuo degli spazi e nel decor caratterizzato dall’ibrido d’antico e moderno. Una freddezza che ricorda le luci glaciali di Gattaca, ma che non riesce a sostanziarsi in una valenza drammaturgica come nella lotta tra validi e non nel film di Niccol. Le proteste dei dissidenti contro l’impianto di chip sanno troppo di manifestazioni degli anni sessanta per il nucleare, e sono rappresentate con estetica da bric-à-brac. E lo stesso Williams con sottobraccio il fido portatile, che però è troppo voluminoso, sembra più un fenomeno da baraccone. La consolle di montaggio, chissà come, è del tutto simile a quella di S1m0ne; strano, ancora la presenza di Niccol. © 2005 reVision, Andrea Caramanna |
|