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Final Destination1h 37'
Regia: James Wong In partenza per Parigi con la sua classe, Alex ha una visione premonitrice: il suo aereo esploderà in volo; è preso da terrore isterico e fugge dal velivolo, ma nel trambusto vengono trascinati fuori con lui cinque compagni e una professoressa...Final Destination si salva per un'inquadratura: attraverso l'immensa vetrata della sala d'aspetto, scorgiamo l'aereo già decollato, ormai piccolissimo come un giocattolo; di fronte alla vetrata, Alex viene assalito da un bullo suo rivale, furioso per essersi perso la gita; ma ecco che, senza che si oda alcun rumore, la minuscola sagoma sullo sfondo è avvolta da una fiammata: un attimo dopo, un'immane esplosione manda la vetrata in frantumi. L'orrore dentro e fuori: l'incidente viene prima raccontato nell'incubo particolareggiato di Alex, fatto di grida, sangue e fuoco; poi viene ripetuto attraverso lo sguardo silenzioso di chi rimane a terra, in un'inquadratura oggettiva, fredda, la cui distaccata naturalezza risulta forse ancor più terrificante. Il meglio del film è tutto in questi dieci minuti. Per il resto, Final Destination segue due diretti referenti. Il primo è Fearless di Peter Weir, dove vengono descritte le sindromi "post-traumatiche" di un gruppo di sopravvissuti da un incidente aereo. Il secondo è Poltergeist: anche lì la morte tormentava le sue vittime infondendo un'anima ai più innocenti oggetti della vita quotidiana; ma gli effetti visivo-coreografici del film di Tobe Hooper erano stupendi, di un fascino più fiabesco che terrificante, mentre quelli di James Wong appaiono spesso macchinosi, se non involontariamente comici. Lo schema delle eliminazioni a catena riprende poi uno dei canoni classici del thriller-horror, da Dieci Piccoli Indiani fino alla serie Scream. In più, con l'apparizione di un autobus assassino in ben due scene chiave del film, Final Destination cita direttamente (e ripete fino allo sfinimento) la tecnica del montaggio "a sobbalzo", fatta di improvvise incursioni visive e/o sonore nell'immagine: una tecnica che il produttore della RKO Val Lewton e il suo montatore Mark Robson battezzarono appunto "il bus", e che appare per la prima volta nel '43 in uno dei più perfetti horror mai girati: Il Bacio Della Pantera di Jacques Tourner. Da segnalare inoltre uno stantio citazionismo nei nomi dei personaggi: uno dei sette sopravvissuti si chiama Hitchcock, mentre Alex fa di cognome Browning e uno dei suoi amici si chiama Tod (Tod Browning è l'autore del grandissimo Freaks, anno 1932, crudele apologo sulla dignità di ogni "diverso"). Ma tali giochetti sono troppo poco per un film più volte illogico nella trama e costantemente indeciso tra suspense e umorismo da due soldi. Indecisione che conferma una tendenza già riscontrata in altri titoli (fra cui Il Mistero Di Sleepy Hollow, la più grande delusione della scorsa stagione): il cinema horror contemporaneo ha paura di far paura. © 2000 reVision, Dante Albanesi |
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