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Il Figlio Più Piccolo

1h 41'

Regia: Pupi Avati



Come si sa, il sistema Avati prevede, poco prima dell’uscita dell’ultimo film, il corrispettivo romanzo pronto in libreria. Un doppio avvenimento che sottolinea la raffinata contaminazione tra letteratura e cinema, ribadendo la piccola ambizione del regista che è quella di regalarci ogni anno un ben strutturato frammento dell’ideale romanzo sull’Italia di ieri e di oggi, paradigma che ispira il talento di un autore a tutto tondo, acuto e minimalista che può esibire sul retro di copertina dell’ultima fatica pubblicata da Garzanti il giusto paragone del compianto Tullio Kezich: "Avati sembra a volte l’erede di Piero Chiara, il narratore che fra ricordi e invenzioni scrive beato come un rubinetto aperto". La vitalità creativa del nostro fa pensare, invero, ad un fiume in piena, oltre a ribadire il mito della volitività, spesso geniale, propria dei nativi dell’Emilia Romagna, sua terra d’origine. Ed ecco Il Figlio Più Piccolo, commedia ferocemente acre e infarcita di tonalità grottesche ambientata nell’Italietta contemporanea corrotta e degradata, la Tangentopoli in disfacimento che, per essere raccontata, ha bisogno di cantori impietosi. E Avati si adegua, abbandonando certo intimismo malinconico (per quanto avvelenato) adombrato in sue recenti prove, fin dall’incipit che vede Sergio Bollino (Luca Zingaretti) cacciato da un convento per la sua disinvolta conduzione di un’attività di consulente finanziario non proprio in linea con le vocazioni monastiche. Siamo nel 1990, inizio del disvelamento della corruzione in fieri, immediatamente proiettati poi, due anni dopo, nell’occasione delle nozze di tale Luciano Baietti (Christian De Sica) che promette eterna fedeltà ad una donna di nome Fiamma (Laura Morante), dalla quale ha già avuto due figli ancora piccoli. Appena uscito dalla bella chiesa bolognese del matrimonio, Luciano ha il tempo di salutare la novella sposa e la prole prima di allontanarsi in una lussuosa Mercedes accanto al losco uomo con i sandali, il Bollino che, durante la funzione era intento ad accartocciare documenti (salvo regalarne uno, dopo averne controllato il contenuto, ad una gelataia che l’ha chiesto per far smettere al suo piccolo in braccio di frignare) e che poi fa firmare altri documenti alla neo–sposa prima della strategica fuga. Passati gli anni, scopriamo che Luciano è diventato uno dei tanti imprenditori untuosi e disonesti che affollano il Belpaese, arricchitosi sottraendo immobili e intrecciando ambigui affari con notabili e politici intenti a frodare e depredare soldi pubblici, alimentando clientele e sperperi, vivendo arbitrariamente e lussuosamente il proprio ruolo di usurpatori e di predatori della cosiddetta "cosa pubblica".

Il burattinaio degli intrighi è rimasto sempre l’estroso Bollino che, per snobismo, non si è mai tolto i sandali monacali del proprio peccato originale e che ora è chiamato a risolvere l’imbarazzo di alcune fallimentari società in dissolvenza della holding all’impagabile Luciano intenzionato a risposarsi con una volgare parvenu di provincia: la soluzione è quella di ricontattare la prima moglie, alla quale erano già stati sottratti i beni, invitando nella villa di Roma il figlio più piccolo. La famiglia abbandonata, nel frattempo, ha tirato a campare in quel di Bologna: Fiamma fa la cantante folk buddhista col duo "Le Lymnos" costituito, senza successo, con Sheyla l’amica americana suonatrice di tamburello interpretata dalla ben ritrovata Sydne Rome; il figlio maggiore Paolo (Marcello Maietta) si arrangia come barista mentre il minore Baldo (Nicola Nocella) è uno sfigato studente del DAMS con aspirazioni di regista di splatter–movie. Era lui il moccioso frignante in braccio alla gelataia nel giorno delle nozze e adesso è un ventenne pacioccone e ingenuo, disposto ad accettare il misterioso trasloco sulla rotta Bologna – Roma, mercé Nazareno Cipollone (Maurizio Battista), trainer ed emissario della holding con problemi all’udito. Con implacabile sottigliezza, il film racconta l’imbarazzato incontro del Candide dei giorni nostri col padre tigre (di gassmaniana memoria) e il suo coinvolgimento, nel ruolo di presidente della indebitata holding, all’interno del vischioso dedalo di truffe governate dal volpone Bollino.

Ed è assai abile Avati nel conferire spessore introspettivo a questa galleria di psicologie in conflitto: misurato appare finalmente Zingaretti nel dare credibile fisionomia alla sua anima nera, preda dell’ipocondria fino allo spasimo manifestata con febbre a 42 gradi, mentre De Sica si libera dei propri vezzi farseschi (ostentati nell’infinita variazione senza tema dei cinepanettoni) giocando per sottrazioni e delineando con efficacia la progressiva prostrazione del suo mostro cialtrone e donnaiolo. Nel ruolo del titolo, Nocella incarna con straordinaria naturalezza l’endemica insipienza del suo Bertoldo dalla patta sempre aperta, dal tenero sorriso che lo fa testardo outsider, tanto cinefilo da irrompere in una cabina di proiezione di un multiplex per lamentare il taglio dei titoli di coda (lo ringraziamo per questo) o capace di arrendersi, a capotavola, nel corso di una riunione, ai meschini astanti che lo hanno appena eletto a detentore perenne di una montagna di debiti insolvibili. E ci risulta toccante la bella prova di Laura Morante, preziosa interprete del nostro cinema, che dona giusta caratura alla tenera nevrosi della sua moglie abbandonata, esposta a cogenti umiliazioni persino ad opera della cassiera di un bar, ma solidamente impegnata a difendere il suo amore per il figlio Baldo, fino a soffocarlo con la sua dignitosa tenerezza.
Commedia (dis)umana che echeggia le ultime e disincantate prove del grande Dino Risi, riallacciandosi con grazia alla grande e più acre tradizione dell’italico apologo di costume, lasciando trasparire un sarcasmo degno delle migliori prove del made in Usa di quarant’anni orsono (Hal Ashby, ad esempio, per via anche del rapporto personaggio/paesaggio): questo è Il Figlio Più Piccolo, quarantesimo prototipo dell’ammirevole artigiano del cinema Avati che si diverte a mescolare l’acuto sguardo sulla tragica sorte del suo uomo ridicolo (De Sica sul balconcino della cucina intento a fissare il vuoto) assieme agli affondi sul grottesco andazzo dei nostri tristi tempi (la sequenza dello scomposto arresto di Luciano in prossimità dell’altare del suo matrimonio civile). Chiaroscuri tendenti ad un "inquietante tenebroso" che sembra ammonirci circa l’esistenza di un dirupo, riguardante l’Italietta perenne e imperitura, in cui rischiamo tutti di precipitare.

© 2010 reVision, Francesco Puma