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Il FiglioLe Fils - 1h 43'
Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne Il cinema dei Dardenne palesa una mancanza di luoghi, di
spazi riconoscibili obiettivamente nella loro misurata concretezza. Il dissidio
tra il metro che perfeziona le lunghezze, laddove Olivier è capace con un breve
colpo d’occhio di percepire al centimetro qualunque distanza e misura. E
dall’altra parte l’astrattezza della messa in scena, il disvelamento che
rifiuta la forma classica del racconto, del flusso narrativo, e prosegue sulla
linea bressoniana a costruire una morale “autonoma” attraverso il semplice
passaggio casuale/caotico della mdp sui corpi e sul visibile. O come dice
Vincent Amiel, a proposito di Bresson (la citazione è presa da Le corps au
cinema – Il corpo al cinema): “Con Bresson l’incarnazione è così forte che
confina con l’astrazione. Ma non quella dell’intelletto; quella della pura
materia (…). Come certa pittura figurativa che si costituisce, prendendo il
nome di pittura astratta, sui più indefinibili, i più primitivi, e i più
tattili colori e forme”. Il tatto, la vista e l’udito (soprattutto i rumori)
comunicano nella loro forma originaria, nell’irruenza meccanicistica della
messa in scena. Il visibile è una parte, un frammento dello spazio, è la
percezione materiale, emotiva, confusa, incerta, squilibrata dell’occhio umano
che poi trova certezza nell’intellettualizzazione concordata della misura, vale
a dire il metro (ben oliato nelle sue giunture). Il film si dipana tra una
misura convenzionale e l’incontenibilità, la non decidibilità dell’essere
(umano), sentimento dell’esistenza che non si lascia racchiudere in un limite
preciso, ma sempre debordante e il corpo di Olivier è protagonista assoluto
perché veicolo testimonianza di una particolare spinta morale.
La sopravvivenza parossistica, di corsa, come già era in Rosetta, la ritroviamo qui all’inizio, con Olivier sgomento di fronte al ragazzo che ha ucciso suo figlio. È lì per organizzare all’improvviso una reazione. Ma la reazione in realtà non è organizzata, è anarchica, perché ha scelto impulsivamente di rifiutare la vendetta e il risentimento, agitazioni che non appartengono all’animale non umano, giacché solo gli esseri umani elaborano tali emozioni, le organizzano/sterilizzano razionalmente. Quando l’ex moglie di Olivier viene a conoscenza della presenza dell’assassino del figlio reagisce con spontaneità, ma anche in modo automatico/convenzionale. Olivier rasenta la sensibilità e la purezza se non l’aura redentrice di alcuni
personaggi bressoniani. Il perdono ha la sola dimensione religiosa umana della
comprensione, non ha niente a che vedere con dottrine e ideologie delle
religioni ufficiali. La purezza di Olivier forse origina dalla stessa
ossessione tattile bressoniana per il particolare: le piccole tacche su un
pezzetto di legno, il calcolo millimetrico dei punti in cui devono essere
piantati i chiodi, le differenze tra la durezza e la tenerezza dei vari legnami
compresa la loro stessa provenienza (l’Oregon e il Canada), l’equilibrio che
consente di trasportare sulle spalle degli assi pesantissimi, la perfetta esecuzione
nel collocare un chiodo che penetra la superficie della materia legnosa,
perfino l’ossessione delle rifiniture di quella grossolana, “materica”
protezione di pelle che Olivier indossa per lenire gli sforzi del suo lavoro.
Tale mania sembra corrispondere ad un contatto rude, violento, con la materia
del mondo, forse con se stessi, ed infatti Olivier è in contatto, fin da subito
con quella opportunità che miracolosamente gli si presenta. L’incontro
periglioso, che crea spaesamento, con l’Altro (nelle vesti orribili e
insopportabili dell’assassino del proprio figlio); di fronte ad una apertura
che pare impossibile, invece il film, attraverso Olivier, si lancia
nell’abisso, con profonda umiltà, forse sperando che questa divina solidarietà
ci riveli ancora qualcosa sul mistero dell’Essere.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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