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L'Uomo Fiammifero1h 21'
Regia: Marco Chiarini La fantasia è una qualità abbastanza comune. Meno comune è la capacità di trasformare la fantasia
in imagerie e, magari, in immaginario. Di tradurre, quindi, le proprie emozioni più profonde e difformi (il più delle volte
nate da ossessioni e fobie) in materia espressiva, in una forma percepibile da un pubblico e in cui un pubblico possa riconoscersi.
Un esempio per tutti è il grande Tim Burton, il cui orizzonte creativo si nutre di anamorfosi ed altre aberrazioni visuali
quando la sua fantasia di cineasta incrocia il variegato corpus dell’immaginario scaturito dalla letteratura per l’infanzia,
da quegli straordinari testi di formazione che sono le fiabe. Si tratta di trasformare le ansie e i turbamenti psicologici
dell’età breve in un gioco visionario dove la prospettiva appare rovesciata e dove il piccolo si fa grande. Il cinema è il
medium ideale per questo gioco e non lo dimostrano solo i capolavori di Burton. In Italia, il giovane regista esordiente Marco
Chiarini ha provato a dare consistenza cinematografica alle proprie fantasie con un low budget ambientato nella campagna di
Teramo. Il risultato è L’Uomo Fiammifero, un gioiello di gusto ed intelligenza che dimostra come si possa ovviare alla
carenza economico–produttiva ricorrendo alla sottigliezza e alla creatività. Questo piccolo e delicato film ha riscosso consensi
ai numerosi festival che l’hanno ospitato dando credito al talento del suo autore, laureatosi in scenografia all’Accademia delle
Belle Arti di Urbino e capace di coniugare le proprie conoscenze culturali alle tecniche dell’animazione in stop–motion, qui
mescolate alle immagini reali.
L’Uomo Fiammifero, che Chiarini ha realizzato par lui meme su uno script concepito in collaborazione con Giovanni De
Feo e Pietro Albino di Pasquale, è una storia ambientata nell’agosto del 1982 a Teramo, con protagonista l’undicenne Simone
(il piccolo Marco Leonzi), orfano di madre costretto dal padre allevatore Pietro (interpretato dal bravo doppiatore Francesco
Pannofino) a rimanere segregato in casa. Per fortuna, la fantasia della piccola vittima è tale da contrastare efficacemente
la coercizione paterna e a stemperare il pesante clima familiare condizionato dall’invadenza e dalla rozzezza del genitore.
Il filo d’oro che lega Simone alla memoria della madre è la fiaba dell’Uomo Fiammifero da lei raccontata: una figura che il
nostro s’industria a cercare nei dintorni del suo eremo forzato, in aperta campagna, in questo spinto dagli amici immaginari,
proiezioni delle proprie paure. L’estate del 1982 è, per il ragazzino, popolata di figure sia reali che immaginarie. Di reali
c’è Rubino (Davide Curioso) stizzoso suo avversario che usa lo sputo come arma d’offesa e ostenta la sua complicità minacciosa
con un gallo da combattimento; di quelli immaginari ci sono lo zio Disco (Giuseppe Mattu), afono per una malriuscita operazione
alle tonsille ma in grado di comunicare con dei 45 giri su giradischi, insieme a Mani Grandi (Franco Di Sante), un bizzarro
tipo da fiaba che si nutre di girasoli e si ricopre le mani col metallo fuso dei termometri, riportando a galla i ricordi; c’è
pure Giulio Buio (Matteo Lupi), misantropo impaurito che vive immerso nel buio e sotto il letto di Simone; e c’è Dina Lampa
(Anastasia Di Giuseppe), che come il nome indica è capace, per l’emozione, d’illuminarsi per poi scomparire ed è fidanzata con
Armando Armadio (Daniele De Fabiis), un gigante nano; infime c’è Ocram (Armando Castagna), ottantasei anni d’età nel corpo di
un ragazzino, che parla e si muove all’inverso, ideale parente del fitzgeraldiano Benjamin Button incarnato da Brad Pitt. Se
questa colorata galleria di personaggi immaginati serve a Simone per esorcizzare la propria quotidiana angoscia, sul versante
del reale è la cuginetta di Rubino, Lorenza (Greta Castagna), ad aiutarlo a superare le residue resistenze emotive. La dodicenne
svizzera, venuta in Abruzzo come ogni estate a visitare i nonni paterni, utilizza i suoi grandi occhi verdi per ammaliare il
nostro affiancandolo nella ricerca dell’Uomo Fiammifero (interpretato da Daniele Irto). L’apprendistato che conduce Simone al
delicato passaggio dell’età adolescenziale si consuma, dunque, sia attraverso la fuga visionaria in un universo fantasy (che
cita la geografia dei classici, "Pinocchio" compreso) sia attraverso l’esperienza dei sentimenti in nuce (quando, disteso sul
letto, il nostro si scopre a pensare intensamente alla dolce Lorenza) fino al gesto consumato sul finale, del rogo degli oggetti
di un passato prossimo che è giusto lasciarsi alle spalle, anche se dolorosamente.
A tenere desta la memoria sono i sogni,
proiezioni inconsce che elaborano mancanze decisive (suggestive sono le sequenze oniriche dove Simone incontra la madre perduta,
impersonata da Tania Innamorati) e lavorano ad alimentare la creatività, rendendo concreto l’altro reale dove a governare sono
le regole, imperscrutabili perché sfumate, dell’immaginazione. Il film impagina con il necessario rigore le tappe di questo
viaggio fantastico tra luci e ombre, assumendo con grazia il punto di vista del piccolo protagonista che diviene lo spiritoso
demiurgo delle sue stesse proiezioni, ben visualizzate da Chiarini (deliziosa è la figura del maialino con le ali). Evidente
risulta, in questo tracciato narrativo, la funzione dell’Uomo Fiammifero, incarnazione di una speranza avida di luce e di un
futuro dove possano dirsi sopiti i traumi derivati da un lutto precoce che ha bisogno dei suoi tempi d’elaborazione. Ad assecondare
il ritmo di questa favola lieve c’è la colonna sonora di Enrico Melozzi che riecheggia un sound di marca salentina donandogli
screziature fantastiche. L’Uomo Fiammifero è, dunque, la sorpresa italiana della stagione, una produzione indipendente
che ha trovato alimento grazie alle vendite del libro illustrato della storia. A noi questo film ha ricordato L’Estate di
Mio Fratello, un altro intenso film indipendente di qualche anno fa con protagonista un bimbo introverso che, in un analogo
scenario agreste del 1970, cercando di sconfiggere la solitudine (e la tristezza derivata dalla mancata nascita di un secondogenito)
reificando due possibili suoi fratellini. E’ la possibilità concreta di dare presenza (e luce) alle ombre che la storia di
Simone celebra, durante la calda stagione dei rivolgimenti; è la prospettiva di dare forma, infine, alla forza dell’immaginario
capace (almeno in questo film come in ogni favola che si rispetti) di convertire persino la sensibilità indurita di un padre
vedovo al quale appare in lontananza, durante una notte fatale, l’Uomo Fiammifero, rilucente sogno che si fa realtà.
© 2010 reVision, Francesco Puma |
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