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Ferro 3 - La Casa VuotaBin-Jip - 1h 35'
Regia: Kim Ki-Duk La frase che chiude l'undicesimo lungometraggio di Kim Ki-Duk esemplifica e quasi banalizza questa riflessione sul vuoto per fredde
immagini in movimento: "È difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà". Bisogna innanzi tutto definire il protagonista, Tae-suk: si tratta di un maniaco
(buono) di ordine e pulizia senza fissa dimora; una persona di fatti e sguardi ma non di parole (non ne dirà neanche una); un giovane uomo solitario che ci tiene a far
funzionare le cose, oggetti compresi, in un mondo violento e crudele per natura i cui canoni logici ed etici appaiono per lo più compromessi e dove non si è altro che
solitudini all'inseguimento di altre solitudini. In questa realtà messa in scena l'indifferenza è stata surclassata da un atteggiamento ancora più pesante in cui, nello
sviluppo della vicenda, è implicata la metafisica, l'assenza, il vuoto appunto.1994: nel secondo episodio di Hong Kong Express - pellicola che ha lanciato Wong Kar-Wai in occidente - una ragazza soccorsa dal caso si intrufola in casa di un poliziotto di cui è innamorata quando questi è di turno; proprio a lei spetta catalogare queste incursioni clandestine in quei "sogni da cui non ci si sveglia mai". Sogni comunque influenti sullo stato delle cose. Dieci anni dopo Tae-suk compie la stessa azione ma in serie, volontariamente e con oculatezza, per colmare l'inutile vuoto che si riproduce dentro le mura temporaneamente disabitate e perciò piene di quegli oggetti che il poliziotto di Hong Kong Express definiva tristi nel momento del rincontro. Il titolo di questa pellicola coreana richiama la mazza numero 3 del golf, proprio la meno usata tra tutte, un po' come gli appartamenti
i cui inquilini sono spesso in giro e, rispetto ai loro omologhi, ricevono solo il calore degli oggetti (la mazza da golf nel film è anche l'oggetto con la funzione più
importante). Il fatto è che molti non vogliono/possono capire e accettare le "occupazioni" temporanee di Tae-suk così, a scoperta avvenuta, reagiscono anche con la violenza.
Una violenza che, come in Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e Ancora Primavera, piano piano spinge verso la pace o quanto meno verso
il ristabilimento di un equilibrio che si riallaccia proprio alla concezione circolare della vita che traspariva in quest'altra pellicola di Kim Ki-Duk; tutto si ripresenta,
cambiano solo i protagonisti. Una visione a suo modo anche nichilista ma messa in scena senza mai opprimere la speranza, vedi per esempio quando Tae-suk si impone ostinatamente
una disciplina per trovare una via d'uscita a una cella blindata, in apparenza inespugnabile. Speranza riposta più che altrove in una libertà intesa nella sua reale totalità,
oltre ogni convenzione, a ribadire come Kim Ki-Duk vada sempre a toccare dei temi cardine sempre e inevitabilmente legati al presente.La pellicola dell'autore coreano appare pulita come Hana-Bi e poetica ma con inserti grotteschi come The Hole di Tsai Ming-liang; inoltre può fregiarsi dell'accezione più alta dell'attributo semplice. Se come dice la protagonista del secondo episodio di Hong Kong Express "i sogni sono contagiosi", allora si può affermare che il contagio - esplicito a livello drammaturgico - indotto da Wong Kar-Wai in Kim Ki-Duk è stato sviluppato in una direzione che ha colmato un vuoto. © 2004 reVision, Luca Gricinella |
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