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Pranzo di Ferragosto

1h 14'

Regia: Gianni Di Gregorio



Del trasteverino doc Gianni Di Gregorio, classe 1949, fino ad oggi conoscevamo soprattutto il nome nei titoli di testa di alcuni film del variegato e un po’ occultato "nuovo cinema italiano". Aiuto regista abituale di Matteo Garrone per Estate Romana, L’Imbalsamatore, Primo Amore fino al recente exploit di Gomorra per il quale ha collaborato al copione, si è fatto le ossa calcando i palcoscenici più o meno off (in scena e dietro le quinte) per approdare al cinema, nel 1986, come sceneggiatore di Sembra Morto ma è Solo Svenuto di Felice Farina e Giovanni Senza Pensieri di Marco Colli, entrambi interpretati da un giovane e promettente Sergio Castellitto allora appena "uscito dall’Accademia d’arte drammatica" come ricordava, nella recensione del secondo film da noi citato, il compianto Giovanni Grazzini. Consumando la proverbiale gavetta che fu caratteristica del suo mestiere nei bei tempi andati, il nostro Gianni imparò a scrivere addosso agli attori, confrontandosi con cast assai solidi. Quello del film di Colli vantava la presenza di Eleonora Giorgi, Franco Fabrizi, Luigi De Filippo e del grande Aldo Fabrizi alla sua ultima prova: tutte presenze da contrappunto alla storia ruotante attorno al personaggio del titolo attorniato, fra l’altro, da due colorite figure di anziane governanti interpretate da Anita Durante e Franca Balletta. E’ possibile che siano state queste ultime ad ispirare il timbro di questo suo bel Pranzo di Ferragosto, debutto alla regia calorosamente applaudito alla "Settimana Internazionale della Critica" durante l’ultimo festival di Venezia dove è stato premiato dal "Luigi De Laurentiis" come migliore opera prima.
Low budget da 50mila euro, piglio da disincantato esordiente che vuole sfuggire alle insidie del compiacimento cinefilo, marchio di garanzia di Matteo Garrone produttore: così Di Gregorio mostra di avere un grande avvenire dietro le spalle nel comporre un acquerello cinematografico, denso e malinconico, ambientato nelle atmosfere canicolari della romana, sorniona vigilia di Ferragosto, metropolitano deserto di vanità ed affanni più volte evocato (un titolo per tutti: Il Sorpasso) dal nostro cinema. Qui si sente l’influenza del tocco di De Sica/Zavattini e soprattutto di Blasetti nell’approccio minimal-favolistico alla minuta realtà di un quotidiano che si dispone a farsi raccontare nelle sue pieghe più sorprendentemente bizzarre.

Lo spunto di questa storia senza storia è l’esperienza dello stesso regista che si rifiutò di accettare la proposta del proprio amministratore di condominio di tenere in affidamento la madre durante le vacanze di Ferragosto del 2000 per via dei debiti pendenti. Ulteriori tracce autobiografiche sono rintracciabili nel rapporto, che il film tratteggia con ironica acutezza, tra l’attempato protagonista (peraltro interpretato dallo stesso Di Gregorio figlio unico di vedova) e la di lui madre, nobildonna decaduta capricciosa ed autoritaria.
Lo ritroviamo all’osteria, in una pausa dei suoi giorni che scorrono via monotoni con la loro tiepida nevrosi, ad elaborare placidamente le frustrazioni quotidiane di fronte ad un bicchiere di vino o birra: è facile intuire il suo soffocante disagio di bamboccione ingrigito che, nell’affrontare le aspre derive senili della stizzosa congiunta, si confronta pure con lo spettro dell’anzianità per lui stesso incombente. Ma lui ci beve su, dispettosamente sornione persino nei riguardi della propria condizione di solitario alle soglie dei sessanta anni, con persistente impegno, a far addormentare la vecchia leggendole brani de "I tre moschettieri", sigillo di reiterato risarcimento filiale. A smuovere le acque provvede la coercitiva proposta (nella finzione, da non poter rifiutare) del furbo amministratore (qui interpretato da un attore "storico" delle nostre scene, Alfonso Santagata) che provoca l’ospitalità coatta della coppia della madre e della di lei ottantenne sorella Maria. All’esplosiva irruzione della coppia di terribili vegliarde che si sovrappone, generando scintille, alla casalinga presenza materna, sopravviene la quarta incomoda Grazia, che un amico medico venuto a soccorrere Gianni vittima di un malore, provvede ad affidargli da figlio ansioso di tirare un vacanziero sospiro di sollievo. Ingabbiato nelle costrette proporzioni del caotico ed umanissimo zoo senile, il badante tenta di non perdere la calma e ci riesce, gestendo il domestico delirio nelle ventiquattro ore più concitate della sua vita. La "giornata particolare" (tra litigi per assicurarsi il televisore o il ventilatore, la pasta al forno mangiata di nascosto da Grazia che deve essere seguita per via degli orari stabiliti per le medicine) riserva delle conseguenze imprevedibili che non ci sentiamo di anticipare.

Quel che resta di questo raccontino leggero leggero, a parte la sua ben rappresa grazia e l’intelligente descrizione del microcosmo piccolo borghese con malinconiche ombrosità critiche appena accennate, è il suo acuto sapore realistico riflettente un torpore esistenziale capace di annichilire il senso stesso di tante, troppe vite allo sbando. Pranzo di Ferragosto ha però il merito di non prendersi sul serio, evitando le trappole retoriche di tante metafore condominiali che hanno fatto piccolo piccolo il recente cinema italiano. Di Gregorio mostra di possedere un arguto senso dell’umorismo (anche come interprete) e, da regista neofita, una capacità di scegliere e dirigere i suoi attori/personaggi. Le vivacissime performance naturali delle quattro, prodigiosamente efficaci non professioniste che costituiscono la materia stessa di cui è fatto questo film, rimangono scolpite nella memoria. Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì, Grazia Cesarini Sforza (tutte ultraottantenni) improvvisano con controllata intelligenza, utilizzando come canovaccio i luoghi comuni della loro condizione senile. Nella sapiente rappresentazione d’ambiente si disimpegnano con stile anche le altre presenze che il regista ha catapultato sul set strappandole alla propria quotidianità (il dottore e il "Vichingo" di Trastevere sono entrambi amici di Di Gregorio). Le antiche regole dell’arte della commedia (che furono anche quelle del grande Eduardo a cui questo film deve forse qualcosa) prevedono che si possa sorridere delle cose prima di assaporare il loro retrogusto tragico che invita a più personali ed elucubrate riflessioni.

© 2008 reVision, Francesco Puma