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Percezioni Brian De Palma è un tecnico che si è più volte interrogato sul proprio mestiere di narratore,
scegliendo di dialogare costantemente e a tutto campo, muovendosi in lungo e in largo e oltrepassando confini.
E, quel che più conta, scegliendo di non avere pregiudizi, di non essere condizionato da sistematizzazioni a priori.Il virtuosismo di De Palma è dunque, a ben vedere, tecnica investigativa, che ha come obiettivo quello di farci interrogare sulle distorsioni psicopercettive che accompagnano gli ambienti virtuali che siamo costretti ad abitare. Un ottimo esempio in questo senso è Femme Fatale, che raccontandoci le tante identità dell’ennesima “donna che visse due volte” (Rebecca Romijn Stamos) e l’ovvia funzione voyeuristica dell’ennesimo paparazzo coinvolto in una storia più grande di lui (Antonio Banderas) riesce a raggiungere un primo ed importante effetto, quello di annullare le distanze spaziali e temporali e di creare una storia che sembra contenere mille altre storie, proponendosi come nuova “forma” del mondo contemporaneo, grazie alla quale diventa sempre più difficile evidenziare un centro e una periferia, essendo il tutto attraversato da affinità e divergenze che si giocano su assi necessariamente trasversali e “altri” (il doppio, il falso, la comunicazione, il sogno). Ma esistono altri, quasi altrettanto importanti effetti che non possono essere trascurati, come quello che fa riferimento al concetto di eroe, decisamente caratterizzato dal concetto di ruolo e dalla categoria della “flessibilità” e sempre meno dal concetto di missione o di “specializzazione” (come dimostrano bene la “femme fatale” e il paparazzo, coinvolti in una avventura che costringe a pensare in modo frammentato e su piani singoli). Decisivo a questo punto è il ruolo che è chiamato ad indossare lo spettatore, che non deve limitarsi a decifrare, a contrarre la dimensione mitica alla quale rinvia nel corso della visione ogni azione quotidiana e ordinaria, ma deve adattarsi di continuo in termini di equilibrio sensoriale e di percezione, cercando una interazione con i personaggi che non sia modulata su vecchi ambienti, con tutte le distorsioni che quegli ambienti portano inevitabilmente con sé. Tornando al punto dal quale eravamo partiti, la tecnologia appare a questo punto non più gioco in qualche modo autoreferenziale, ma strumento di trasformazione, sia in termini individuali (l’eroe) che collettivi (lo spettatore, l’esperienza collettiva della visione), utilizzato dal tecnico De Palma per creare un cinema dove l’autore sia agente di una evoluzione che è possibile definire in termini di maggiore o minore consapevolezza. © 2002 reVision, Marco Marinelli |
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