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Percezioni
di Marco Marinelli clicca qui!


Femme Fatale

1h 50'

Regia: Brian De Palma



La prima scena di Femme Fatale è dentro lo schermo di un televisore, con Barbara Stanwyck e Fred MacMurray in Double Indemnity (Billy Wilder, 1944); il cinema noir, francese e americano, pulsa gravemente nell'immaginazione di uno spazio e naturalmente di un tempo e il riflesso di una donna nuda riconduce all'oggi con un semplice raccordo di sguardo. Nell'ottica Depalmiana significa moltiplicazione dell'oggetto filmico, sparizione per una sua progressiva decostruzione e sgretolamento dei punti di riferimento che diventano "fatalmente" identici e diversi, quelli del passato e quelli di oggi (ma quale oggi se l'identico si ripete fissamente? Dal film al film...). Parliamo anche giocoforza di Lynch o di Nolan che nell'intervista in "Film Comment" (numero di novembre-dicembre 2002) Brian De Palma cita chiaramente come importanti riferimenti (in particolare Mulholland Drive e Memento). Pensiamo all'ultimo film di Lynch e ci accorgiamo che con Femme Fatale ha decisivi punti in comune. Il primo naturalmente è il sogno, il secondo il tempo, vale a dire lo scorrere del tempo che subisce variazioni anche in dipendenza della morale che impregna il film (varrebbe da sola l'inquietante didascalia "sette anni dopo"). Lynch va verso il mistero, o meglio vi sprofonda, raffigurando le sue parti angosciose, De Palma si limita più che altro a descrivere il piacere della scomposizione ottica, che sublima nello split screen e di conseguenza il brivido della percezione che passa attraverso la serie variabile di sentimenti: l'erotismo, la cattiveria e il male tipici delle ambientazioni noir, ma anche lo spaesamento, l'inganno della narrazione gialla frustrata dall'impossibilità di costruire un senso verosimile. Basterebbe la piccola pietra che la protagonista Laura Ash regala all'autista del camion. Il prezioso gioiello proviene solo dal sogno, in un modo affatto particolare, perché tutta la realtà della parte finale è déjà vu, le indicazioni di una percezione già subita appaiono come riflessi sui cartelloni pubblicitari, il sogno è insomma concreto ma allo stesso tempo non ci dice niente sulla realtà perché sogno e realtà infine sono soltanto due manifestazioni del medesimo mistero.

Lynch concludeva con l'immagine di una chiave e un piccolo cubo, De Palma invece si affida semplicemente all'esecuzione visiva di questa avventura, per cui l'epilogo, in cui il risveglio della protagonista si pone in diretto confronto con la possibilità di gestire il futuro e cambiarlo (siamo qui più vicini a Nolan), è senz'altro meno rilevante specie se la bontà del carattere non ha niente a che vedere con l'efferatezza squisita dei gesti espressivi del film.
Il tourbillon delle immagini negli ultimi film di De Palma (Mission: Impossible, Omicidio In Diretta, Mission To Mars) si avvicina sempre più a un caos liberatorio, per lo spettatore, per il voyeur che è affrancato da vincolanti piste di lettura. Si tratta allora di volare sempre dentro/fuori l'immagine, traballare nella inconsistenza narrativa e lasciarsi impregnare solo dalla finzione/funzione dello sguardo, dalla spirale boler-raveliana che incanta e ipnotizza, che costringe a ripercorrere all'infinito lo stesso cammino, passando per le ribalte televisive cinematografiche fotografiche - si potrebbe leggere qui anche la vacuità delle proiezioni ai festival o l'incessante industria dello scoop fotografico sui magazines del villaggio globalizzato - in una costante condizione di ottundimento del senso.
De Palma è forse il più grande cantore della percezione contemporanea, della discontinuità che ci avvolge, la prassi cinematografica è, in questi ultimi anni, non solo diventata, più audace, proponendosi sotto forma di inganni vari da Matrix a The Truman Show, ma anche più malinconicamente precipitata nell'attestazione di questa sfrenata percezione distratta dei segni. De Palma include certo il subconscio in questa (re)immaginazione del mondo (qualunque esso sia), ma la sensazione è che infine l'immagine, bolla di sapone complessiva sia ancora più grande e sconvolgente degli stessi strumenti per "misurarla".

© 2002 reVision, Andrea Caramanna