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La Felicità Non Costa Niente

1h 40'

Regia: Mimmo Calopresti



Nella corporalità, sulla pelle, dentro l'anima, si giocano le autentiche intemperie di un vissuto che improvvisamente si chiede qualcosa sull'impronta di quella particolare esistenza che ha visto, e sulla quale ha creduto. Mimmo Calopresti, due volte, perché a dirigersi qui c'è davvero un salto nel vuoto, una responsabilità che probabilmente il regista non poteva cedere ad altri se non a se stesso. Perché i pericoli di questo personaggio in crisi sono innanzitutto i luoghi comuni di tutte le crisi d'età. Contrapposizione più dolente allo splendido quarantenne morettiano, che vira mirabilmente, anche in un gioco di ricerca dell'immagine, attraverso la dolorosa perdita di riferimenti e l'audace deriva, verso il Pierre Ou Les Ambiguites, ovvero il Pola X di Carax, laddove banali vicende quotidiane aprono la percezione, attraverso squarci imprevedibili, verso mondi altri. Sono i confini del pensiero naturalmente. Il modo di pensare che diventa sistema, che istituisce una appartenenza, una tipologia dell'essere subordinata allo status sociale, alla stretta collocazione in base, prima di tutto, alle fasce di reddito. Come il protagonista di Carax, Pierre, anche Sergio deve almeno provare a lasciarsi dietro, abbandonare con un gesto repentino e misterioso il passato che lo caratterizza in maniera brutale, così da non vedere niente attorno a sé. Spogliarsi, denudarsi, sparire sono azioni che si compiono solo attraverso l'eliminazione di tutti quei pesanti legami che ci avvinghiano agli altri secondo un codice ben definito, che sia ipocrita o no. Ce lo mostra Calopresti in quella breve sequenza di un tipico ritrovo borghese, dove i dialoghi sono esteriori e pazzeschi rispetto alla concretezza crudele del mondo. Ma per continuare il fascino discreto della borghesia, ogni sera è sempre buona per recitare ancora la parte e fare finta di niente, non scrollarsi le falsità oscene e perpetuare il sistema ripugnante fondato soltanto sulle regole del dominio.

Ma La Felicità Non Costa Niente è continuamente in bilico tra una furiosa e interiore rivoluzione e l'osservazione disperata di esistenze che lottano contro impetuosi conflitti. Un po' come la docile domestica, silenziosa, e che alla fine svelerà l'intima fatica, che si può o si deve mantenere lucido il dolore, non farlo esplodere perché in molti casi le esuberanze possono spingere verso atti definitivi come la corsa in macchina, l'incidente nel quale Sergio sfiora la morte. In effetti il protagonista cerca ostinatamente un'esperienza limite, è una sfida impossibile per l'uomo, o almeno non può essere organizzata o elaborata attivamente. Così la parte inconscia si incarica di articolare una vivida protesta, la depressione, che diventa presto allucinazione indicativa: l'operaio Gianni/Servillo che sta lì come un angelo fino alle porte del Paradiso. E la religione portata dalla testimonianza immobile del Cristo crocifisso e delle suore (Laura Betti) molto umane e poco celesti. Insomma un percorso verso gli spazi della trascendenza che poco gloriosamente, ma con tanta umiltà, deve far ritorno alla quotidianità del piatto di pasta, dei sapori semplici, e dei contatti teneri con le persone amate. Tutto alla vicina portata di molte esistenze, ma che può allontanarsi all'infinito, per la velocità e l'arroganza di un nefasto pensiero di potenza.

© 2003 reVision, Andrea Caramanna