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E Morì Con Un Felafel In Mano

He Died With A Felafel In His Hand - 1h 47'

Regia: Richard Lowenstein



La cinquantina di abitazioni cambiate per necessità o per follia o per i guai con la giustizia o per l'ingiustizia della legge descrivono quel percorso claustrofobico dentro se stessi, alla ricerca di una interiorità che vorrebbe essere qualcosa o qualcos'altro. Il film narra la passione di un detournement tra le mura infingarde, dannate del convenzionalismo, della rettitudine borghese capitalistica, l'imposizione comunicativa espressiva-repressiva del pianeta globalizzato che impone leggende, come gli stessi film, da Truffaut a Godard alla trilogia di Guerre Stellari, la letteratura del maledettismo che unisce William Blake, a Jack Kerouac, al musicista Nick Cave. Una sorta di brodo non primordiale ma della fine del ventesimo secolo e del terzo millennio laddove tutti i linguaggi e gli stimoli si intersecano, si complicano, e complicano la visione unitaria del soggetto. Si vede bene in quella sequenza in cui la casa è occupata contemporaneamente dai seguaci di un rito primitivo e fantascientifico new age che inneggia alle tredicesime lune e al matriarcato e l'irruzione degli skinheads nazisti che impavidi avanzano al suon di wagneriana cavalcata delle valchirie, come i terribili elicotteri che dall'alto piombano sul Vietnam per imporre la legge della distruzione in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Fantasia, immaginazione, che diventano immagini, inquadrature, sequenze, rappresentazione inquieta dell'essere che tenta vanamente di sentirsi, di ascoltare la babele di voci, e alla fine scopre che la dimensione del sentire è turbata definitivamente dall'impotenza di mettere un punto, di giungere a una conclusione.

L'odissea di Danny da una casa all'altra, che è il sintomo chiaro di una serialità che egli non riesce a spezzare, e che potrebbe durare per sempre, o meglio fino alla vecchiaia, nell'epilogo si spezza forse per quella morte già accennata nel titolo, morte figurata collettiva, che metaforicamente il regista descrive insieme al rito di accompagnamento funebre del tossico Flip. Dal fuoco e dalle ceneri, dalla necessità di quella perdita per tutti e per i principali protagonisti appare verosimilmente una svolta, la tiepida speranza di radicale cambiamento. Certo questa svolta sembra avvicinarsi alla tipologia del cammino che va dalla beata e allo stesso tempo tempestosa anarchia verso la normalità rassicurante noiosa e borghese, forse il matrimonio, forse un lavoro sicuro e ben retribuito. Per questo il film, a parte il finale riconciliatorio, va percorso come tragicommedia dell'esistenza e come penetrante critica del sistema che è figurato in maniera eccellente dai personaggi di viscidi che hanno sposato le più recenti tecnologie, macchine tecnologiche che in modo inquietante definiscono il capitale sempre al lavoro. Il viaggio di Danny più semplicemente potrebbe essere compreso dal momento in cui ama la sua inseparabile macchina da scrivere Underwood al momento in cui esausto la butta da un ponte di Sydney. Rimarremo col dubbio se questo gesto segni una sconfitta o una vittoria o… nessuna delle due.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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