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Alta FedeltàHigh Fidelity
Regia: Stephen Frears Stephen Frears è un regista sensibile alle caratteristiche dei suoi attori. Per questo John Cusack appare l'interprete ideale per quella miscela
di autoironico spaesamento che contraddistingue il protagonista del film, Rob. Il numero 547 dei Cahiers du Cinema, nella galleria dedicata agli attori americani, descrive con eccellente
precisione le qualità specifiche di Cusack: "John Cusack ha fatto della mancanza di maestria" - traduco abbastanza letteralmente dal francese non-maîtrise - "sulle
cose e sul mondo, il motore essenziale dei suoi personaggi". Ancora più acutamente: "sono personaggi che hanno perso del tutto la parte" - direi anche un ruolo identificato -,
"e da ciò traggono un sentimento di relativismo filosofico o di frustrazione".In Alta Fedeltà il ruolo in crisi è quello maschile, o meglio il limitato punto di vista di un orizzonte che si fida di una percezione maschile dell'altro sesso. La contrapposizione tra generi sessuali manifesta la più drammatica e insormontabile diversità tra esseri umani, ciascuno dei quali isolato nel proprio universo. Affacciarsi all'Altro significa accettare la difficoltà e i paradossi della comunicazione umana. La riflessione di Frears è costruita benissimo. Egli parte dall'analisi di un mondo chiuso, ed è il titolo stesso a richiamarlo: alta fedeltà, che definisce la purezza di riproduzione sonora, allude anche alla fedeltà tra partner. La fedeltà è inoltre la pervicace ostinazione a sposare un solo punto di vista e rimanere circoscritto nel proprio ambiente. Rob, Barry e Dick, infatti, vedono il mondo esterno dal loro punto di vista (di gusti musicali). E non riescono a superare quest'orizzonte percettivo che inevitabilmente li condiziona. Il negozio di dischi Championship Vinyl non è il banale sfondo utile ad abbozzare comiche caratterizzazioni, ma il luogo in cui si esprimono le fondamentali percezioni di alcuni esseri umani. È un mondo in cui i desideri, le prospettive esistenziali sono legate in modo indissolubile con la musica degli artisti preferiti. In questo senso Rob subordina la propria vita a una costante presenza musicale, che è scelta estetica, pur nella soggettività individuale del gusto. Rob, Dick e Barry sono dei veri snob. E la loro vita è ossessionata,
anche inconsapevolmente, da questo doppio che è la musica, la buona musica; solo una parte di essa sembra consentire l'accesso a una dimensione superiore, una sensibilità che
i fan dell'ultimo Steve Wonder (quello di "I just call to say I love you"), o della pop music commerciale non conquisteranno mai se replicheranno i decisivi errori nelle scelte musicali.
Barry accompagna i clienti indicando i dischi imperdibili, per alcuni dei quali sarebbe meglio, per la vergogna, non rivelare il mancato possesso, e Rob compila in continuazione la top five,
perfino delle sue donne. Tutto ciò fa sorridere per la penetrante verità che suggerisce. Questi personaggi sono comici perché assolutamente veri.Il pregio maggiore della
messa in scena è nei piccoli dettagli, nella divisione delle parti, definita con grande attenzione alle sfumature psicologiche. La scenografia del Championship Vinyl è sublime:
rimproveriamo a Frears di non averci regalato nella colonna musicale, ricca di ben 59 canzoni, artisti legati alle etichette ben in vista o alcuni album contenuti negli scaffali. Come Sub Pop,
Touch and Go, manca anche uno dei guru della scena di Chicago, Steve Albini e i suoi Big Black, assenze molto gravi per i più smaliziati conoscitori di musica rock contemporanea.La seconda parte del film consiste nello sforzo di cedere alle proprie opinioni, per avvicinarsi al tanto temuto universo degli altri. Ed è qui che lo sguardo di Frears (ma sarebbe il caso di leggersi anche il romanzo di Hornby che ha ispirato il film) interviene per capovolgere il mondo di Rob (costantemente nella forma narrativa di diario intimo-rivelazione allo spettatore), che si sgretola delle sue apparenti salde certezze, per scoprire che il mondo lì fuori è molto meglio di quanto era stato immaginato e temuto. © 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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