Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



La Febbre

1h 48'

Regia: Alessandro D'Alatri



Un ottimo regista che non cede al vezzo della facile indignazione parte dalla vita di tutti i giorni per dare corpo alla sua personale "rivoluzione del pianerottolo". Un copione robusto che sfoga con potenza il suo nucleo fatto di rabbia e disillusione giovanili. Un cast sorprendente che valorizza volti nuovi (come Valeria Solarino, interprete dall'irresistibile presenza magnetica) e vecchie glorie in splendida forma (Cochi Ponzoni e Arnoldo Foà), a supporto del valido Fabio Volo, protagonista sincero del secondo sodalizio artistico con Alessandro D'Alatri, a tre anni dal successo di Casomai.
Tutto questo e molto altro è La Febbre, un film sull'Italia d'oggi, la diagnosi di un'alterazione quasi fisiologica che ferisce le difese immunitarie del Paese, la presa di coscienza di un malessere che, come si dice ai bambini, fa crescere e diventare grandi.
Il ritmo e i toni riportano alla mente la grande commedia all'italiana ma senza nostalgia o rimpianto rispetto ai modelli classici che vengono manipolati da una nuova coscienza di modernità in cui il carattere e la dignità personali sono esaltati come una conquista contro i destini prefabbricati da famiglia, società e istituzioni. L'approccio del regista rimane, comunque, istintivo, talvolta confusionale e guarda al soggetto in chiave individualistica, quasi intima, lontana dall'affresco generazionale e generalista tanto in voga in questi ultimi anni.

Il cremonese Mario Bettini (Fabio Volo), studente di architettura cronicamente fuori corso, mentre accarezza il sogno di mettersi in società con gli amici per aprire un locale, viene travolto dalla notizia della vittoria di un concorso sostenuto anni prima e ormai dimenticato e costretto a indossare giacca e cravatta per fare il geometra in Comune. Qui si scontrerà col fetido sentimento dell'invidia, con le vessazioni di un capo geloso e le umiliazioni di un lavoro da svolgere secondo principi che non condivide, tutti i retaggi, insomma, di una burocrazia pachidermica tuttora cara ai vecchi garantiti.
Dunque la provincia, le aspirazioni e il lavoro con il miraggio del posto fisso, croce e delizia di tanti giovani che non chiedono altro che gli strumenti per affrancarsi dal mondo dell'adolescenza. E poi i sogni, quel ribollire di moti e pulsioni che troppo spesso devono esser rimossi per non venire infranti.

La lettura di D'Alatri, però, è propositiva: l'imperativo è osare in nome dell'unicità, rischiare di essere se stessi anche a costo di deludere una madre che ti vorrebbe sposato, un padre che ti vorrebbe laureato, gli amici che ti vorrebbero diverso. Solo il coraggio di non essere come gli altri tendono ad etichettarci consente di trovare se stessi ed avvicinarsi alla felicità.
La Febbre è, poi, un film sugli italiani: sui mediocri per natura e i furbi di bassa levatura ma anche sugli onesti che fanno del rispetto del prossimo un valore ancora attuale. È una commedia su un mondo che troppo spesso ha poco rispetto della propria memoria (emblematica la scena del cimitero) ma è anche la storia di un disincanto, della rinuncia a giocare una partita di cui non si condividono le regole, un'irriverente fantasia sul desiderio di sospendersi dalla vita democratica e di rinunciare, proditoriamente, ai diritti-doveri che ne discendono.
Ma D'Alatri non si scaglia contro la politica. Tratteggia, invece, un'energica figura di Presidente della Repubblica (interpretato da Arnoldo Foà) e invita, con la sua voce, a sporcarsi le mani, rivendicando le proprie peculiarità in nome della fantasia. E l'ispirazione del film sembrerebbe provenire proprio dal Quirinale, da un discorso molto sentito pronunciato dal Capo dello Stato ai candidati ai David di Donatello e raccolto con commozione dal regista: un'apologia su creatività, coraggio e fiducia nelle proprie potenzialità.

© 2005 reVision, Elisa Schianchi