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Febbre A 90°

Fever Pitch - 1h 45'



Al cuore non si comanda, ed ancor meno quando l'oggetto del desiderio ha la forma sferica di un pallone, viene fatto rotolare su di un campo d'erba falciata di fresco ed i suoi paladini sono undici uomini in calzoncini corti resi differenti da tutti gli altri dalla maglia che indossano. Fedele alla squadra più che alla propria donna, rispettoso di un dogma imponderabile ed indimostrabile che rende la sua dedizione equiparabile a quella nei confronti della religione, il tifoso di calcio, quello pacifico e contrario ad ogni forma di violenza, è un novello martire del nostro tempo, un amante frustrato e spesso tradito, pronto a sacrificarsi costantemente per i suoi colori, a soffrire per un'intera stagione nella speranza di tagliare un traguardo quasi sempre irraggiungibile. E' lui l'interprete principale di Febbre A 90°, debutto nella regia cinematografica di David Evans, nome già noto in campo teatrale e, ancor più, televisivo, è lui il protagonista dell'omonima autobiografia di Nick Horney, autore anche della sceneggiatura, da cui il film è tratto.

Paul Ashworth (Colin Firth, che ricordiamo da Another Country a Il Paziente Inglese) è un insegnante sulla trentina con una sola grande passione a riempirgli la vita: la squadra londinese dell'Arsenal. Fin da bambino è stato proprio l'Arsenal a colmare i vuoti della sua esistenza, a rinsaldare il rapporto con un padre sempre lontano, a farlo sentire in comunione con gli altri, partecipe di un disegno superiore portatore di gioe e dolori. Ed ancora oggi, per lui, gli anni hanno ceduto il posto alle stagioni calcistiche, le giornate sono rappresentate da incontri casalinghi e trasferte, il proprio tenore di vita misurato in base alla possibilità o meno di permettersi un abbonamento allo stadio. Nella scuola media in cui insegna è il professore più amato, apprezzato da studenti e genitori, tanto da vedersi offrire il posto di vicepreside, e, quasi inevitabilmente, l'allenatore della squadra di calcio. E' qui che incontra Sarah (Ruth Gemmell, al suo esordio sul grande schermo), insegnante tutta d'un pezzo, rigida ed austera, quanto di più diverso si possa immaginare, insomma, da un tifoso sfegatato, avido frequentatore di pub come Paul, ma le cose non vanno mai come ci si aspetterebbe ed i due, contrariamente ad ogni logica, senza aver nulla in comune, cominciano a frequentarsi, prima occasionalmente, poi in maniera sempre più stabile.
Ma questo, per Paul, è un anno speciale. Siamo infatti nel bel mezzo del campionato 1988/89, annata da cardiopalma per i tifosi dell'Arsenal, in grado, per la prima volta dopo diciotto anni, di lottare al fianco dei loro beniamini per la conquista dello scudetto: una stagione sempre in testa, poi le prime sconfitte, infine la sfida decisiva con il Liverpool. E Paul è lì, fra di loro, con il suo migliore amico, Steve (Mark Strong), in piedi sulle gradinate dello stadio, o davanti al televisore, ad urlare, a disperarsi, a festeggiare. E Sarah? Riuscirà ad imporsi con la forza del proprio amore? Dovrà e potrà competere con la sua rivale in tenuta biancorossa? Sarà in grado di tenere Paul lontano dai campi di calcio?

Gradevolissima commedia, Febbre a 90° è una storia d'amore a tre, dove l'eterna rivale sono undici ragazzotti muscolosi testimoni di un sogno, ma, soprattutto, un film sul calcio che non parla di calcio se non in modo marginale, o, almeno, non lo rappresenta. Niente attori sgambettanti o calciatori declamanti, quindi, ma obiettivo puntato sulla folla dei sostenitori, con le loro stranezze, i rituali scaramantici, le frustrazioni tipiche di chi del tifo ha fatto il proprio modello di vita. Un film per gli amanti del calcio, che non potrà non coinvolgere, con la sua freschezza, anche chi di calcio, o di sport in generale, non si interessa, riuscendo comunque ad immergere totalmente lo spettatore nell'atmosfera emotivamente carica della grande sfida finale, quello storico Liverpool - Arsenal che riviviamo, attraverso uno schermo televisivo, con i campioni di allora.
L'unica cosa che lascia obiettivamente perplessi è la scelta del titolo italiano: se Fever Pitch si basa sul gioco di parole legato al doppio significato della parola "pitch", indicante tanto il picco, la punta massima della febbre, quanto il campo da pallone e la relativa frenesia da stadio, la traduzione in Febbre A 90° si rivela ben infelice. Se l'intenzione era, come dichiarato dagli stessi distributori, quella di giocare, a loro volta, sul binomio novanta gradi - novantesimo minuto, sarebbe stato sicuramente meglio chiamarlo "Febbre al 90°", ma così non è, e restiamo con un titolo che, sostanzialmente, ha ben poco in comune con le vicende narrate.

© 1997 reVision, Carlo Cimmino



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