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Le Fate Ignoranti

1h 46'

Regia: Ferzan Ozpetek



Una donna (Margherita Buy) visita un museo, uno sconosciuto la abborda: la prima scena de Le Fate Ignoranti cita in modo palese l’inebriante apertura di Vestito Per Uccidere di Brian de Palma, contorto incubo, minuzioso e gratuito, sul travestitismo e sulla paura del contatto fisico. Ma subito la scena seguente ci svela che lo sconosciuto è in realtà il marito della Buy e che i due stavano solo "recitando": forse un pretesto per dirsi cose più intime, forse l’emergere di desideri inconfessati. Con questo intrigante avvio, Ozpetek suggerisce già molte cose: false complicità, diversità nascoste, esistenze avvolte da coni d’ombra... E, attraverso De Palma, il motivo centrale della storia: l’omosessualità. Purtroppo il resto del film si muove molto al di sotto di questa partenza.

A proposito de La Stanza Del Figlio, parecchie recensioni hanno tirato in ballo Kieslowsky; ma tale riferimento sarebbe forse più consono per Le Fate Ignoranti, visto che gli elementi principali della trama (la morte del marito, la scoperta della sua doppia vita) ricordano da vicino l’indimenticabile Film Blu. In effetti, tutta la prima mezz’ora, lo scioccante incidente stradale, la moglie che apprende la notizia al telefono, la scoperta del quadro regalato dall’amante, lo stupore doloroso e muto della Buy e le sue maldestre indagini, il primo traumatico incontro con il suo rivale maschile (Stefano Accorsi), sono condotte in modo ammirevole, con un senso di quotidianità tragica quasi kieslowskiano. Ma appena ci si trasferisce in pianta stabile nella comunità gay del quartiere Ostiense, il film si impantana in una melma di situazioni e battutine abbastanza prevedibili; ed è incredibile constatare come anche un regista turco (ma assistente di Ponzi, Ricky Tognazzi, Nuti: certe compagnie si scontano) non riesca ad estraniarsi dagli schemi, ormai solo deleteri, della commedia all’italiana. Per non parlare poi dei patetismi da sceneggiato tv: la sequenza in cui la Buy confessa al malato terminale di AIDS che il suo ex compagno è morto già da un anno, e sul volto del ragazzo spunta l’ovvia lacrima, sembra presa di peso da "Un medico in famiglia".

Ozpetek inventa con libertà e mestiere finché la storia occupa ambienti che gli sono lontani; ma poi cade vittima di un caso lampante di "ricatto biografico": di fronte ad un mondo che forse conosce troppo bene si sente in dovere di dire tutto, accumulando personaggi, scenari, dialoghi, musiche, esotismi assolutamente non necessari al dramma che pesa sui due protagonisti; i quali svaniscono sullo sfondo, vittime di un postulato registico che lascia perplessi: ogni scena deve sempre mostrare tutti gli abitanti della casa, ogni panoramica deve sempre passare in rassegna tutti i loro volti. Così, la febbre di realtà e di particolari marginali dilaga, causando profonde falle nella sceneggiatura. Ad esempio: come mai del quadro, motore iniziale della vicenda e del titolo, non si fa più menzione? Perché Accorsi veniva chiamato "fata ignorante" dal suo amante? Cosa c’entra il viaggio finale ad Amsterdam? Perché mai le immagini dei personaggi del film che partecipano al Gay Pride (stupenda occasione di cortocircuito tra finzione e documentario) vengono usate solo come sfondo per i titoli di coda e non sono inserite nel racconto?
Ci sarebbe voluta, insomma, una maggiore focalizzazione attorno al nucleo della trama, ovvero: la donna che per amore abbandona il proprio mondo e si perde in una cultura che muta il suo vivere e il suo intendere la vita. E pensiamo, ad esempio, con quanta sensibilità e acutezza Silvio Soldini, con Un’Anima Divisa In Due, aveva saputo trattare il medesimo tema.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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