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Fast Food, Fast Women1h 38'
Regia: Amos Kollek Quel "fast" ripetuto per il cibo, per le donne,
per l'universo metropolitano che è vincolato ad una eterna corsa, per vivere o forse
solo sopravvivere. Il film di Amos Kollek regista israeliano, ma che vive negli
Stati Uniti, è una lotta dei personaggi contro il tempo. Da una parte la
protagonista Bella (la filiforme attrice feticcio di Kollek, Anna Thomson) che
è assillata dalla madre e dall'età, trentacinque anni, misura che nelle società
dei consumi segna l'inevitabile "incasinamento" tra lavoro (leggi
competizione e carriera) e contemporaneamente la sicurezza e profondità degli
affetti. Bella, invece, è proprio nei guai. Si vede con un regista teatrale,
piuttosto stimato, ultracinquantenne e sposato da venticinque anni con una
moglie che non può lasciare per via dei figli piccoli (la scusa è davvero
vecchia e scontata), e lavora come cameriera in un fast food frequentato
prevalentemente da anziani, vedovi, a caccia di avventure o, come Paul e
Seymour, con la speranza tenera di ritrovare l'amore. Anche per loro il tempo
incalza: cosa si può fare della propria vita quando si hanno di fronte una
decina d'anni e la carne è ormai consumata, lo spettro della morte avanza,
mentre prestanza e bellezza sono solo dei ricordi? Tra gli altri personaggi c'è
Bruno, spiantato tassista che sogna di essere romanziere, la prostituta
balbuziente e la psicologa junghiana Wanda, anch'essa prostituta ma solo per
curare i sogni dei clienti. Insomma la parte comico surreale è cercata più
volte nell'approssimazione alla quotidiana follia dei vari personaggi, che
dovrebbe scaturire dalla descrizione delle loro semplici esistenze o da qualche
gesto eclatante come il denudarsi di Bella e lanciare a un barbone
l'accappatoio ancora caldo dopo la doccia. Lo stile intende esser leggero come
la scrittura di Paul Auster o Woody Allen, lasciando trapelare l'atmosfera
della Grande Mela, in cui tutti ma proprio tutti nevroticamente coltivano un
grande sogno. Sogno, tuttavia, molto americano e legato a doppio filo col
denaro.
La sceneggiatura risulta ambigua giacché si adopera, al contrario, per
dimostrare che il denaro non sia poi così importante. Però in modo forse
inconsapevole, contraddittorio, lo troviamo intrinseco ad ogni evento relativo
ai personaggi: Bruno non può scrivere romanzi personali perché non venderebbero
e il suo agente, il quale specifica di prendere il dieci per cento, gli
comunica che assolutamente non è un buon affare. Emily finge di essere una
ricca signora, e invece vive con la pensione di soli milleduecento dollari.
Bella sbarca il lunario solo con le mance e il suo capo le dà già il massimo
sindacale. Seymour per vedere il corpo delle procaci meretrici deve pagare,
introdurre il gettone per aprire la tendina meccanica del peep show; dall'altra
parte l'anziano Paul dà il denaro alla giovane prostituta balbuziente ma non è
in grado di fare sesso con lei perché non la ama. La vecchina salvata da Bella,
qualcuno cercava di derubarla, svelerà una sorpresa che si chiuderà sempre
all'insegna del Denaro, la realizzazione del sogno americano con tanto di happy
end. In fondo l'onnipresente vile moneta e la dimensione del tempo, così come
vuole la società dei consumi hanno condizionato tutte le storie. Riflessioni
svagate, affatto lontane da una vera e propria scrittura drammaturgica,
cosicché la rappresentazione di queste esistenze risulta oltremodo esile, aggrappandosi
solo alla retorica dell'instancabile sovrapporsi, af(fast)ellarsi dei racconti,
utilizzando la figura dell'incontro casuale dei personaggi che hanno in comune
solo la simultanea presenza sullo schermo.Meno schietto e diretto rispetto ai precedenti Sue e Fiona, più focalizzati su singoli protagonisti, Fast Food, Fast Women pecca nel tentativo di far vibrare all'unisono, coralmente, uno spazio circoscritto, Manhattan, con i suoi più o meno noti abitanti di giorno e di notte (che non coincide con atmosfera notturna), laddove lo sguardo è privo di ogni distacco, s'intorpidisce e partecipa fin troppo alle vicende, aggiungendo parecchia melassa romantica più che ironia, nella ferma illusione che la Buona Stella trionfi, e la compassione che secondo l'etimologia significa proprio patire insieme, diventa soltanto commiserazione buonista e consolatoria. © 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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