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L'Amico di Famiglia1h 50'
Regia: Paolo Sorrentino Il cinema di Paolo Sorrentino non è un cinema di storie, di racconti cinematografici, paesaggi umani e geografici più o meno noti. Per
fortuna! Il cinema di Paolo Sorrentino è un cinema di storie dei corpi... Sì,va bene, con questa storia dei corpi, che va tanto di moda, non si può certo fondare tutta
la lettura di un film (o di un'intera filmografia, però... ).Tuttavia è proprio da qui che bisogna partire per orientarsi e respirare la capacità suadente dell'immagine di
Sorrentino. Immagine che non è soltanto quella pensata da Luca Bigazzi, direttore della fotografia al quale molto cinema italiano deve molto più di quello che si possa
supporre. Già nella locandina di L'Amico di Famiglia ci troviamo dinanzi a una immagine ingombrante, la testa di fronte o di profilo, intera o spezzata, solo gli
occhi, fino al naso, dove non si vede la bocca o laddove si vede appena nel ritratto di profilo; il capo è avvolto da una bandana, un copricapo "insolito, ma non impossibile"
per riprendere la frase di lancio del film. Dalla testa quindi, anzi dal mal di testa, Sorrentino tira fuori tutta una prospettiva, un mondo, una serie di modalità percettive.
Tutti elementi che appartengono a Geremia/Giacomo Rizzo. Attore infinito, marionetta carnale, veramente capace di tutto proveniente dal Decameron pasoliniano e poi transitato
nel filone boccaccesco della commedia italiana di serie B (grandissima!) con Edwige Fenech, e con Mario Merola in Zappatore. Basterebbe ricordarsi dello sguardo bramoso
che concupisce la sensualità femminile, per capire in quale cinema ci troviamo. Quello denso dei sensi, ma con pochissimi altri esempi che possono venirci in mente (solo Il
Corpo dell'Anima di Salvatore Piscicelli). Sorrentino, non a caso, nelle dichiarazioni dal festival di Cannes tira fuori come riferimento Federico Fellini ed Amarcord.
Tanto per lasciarci intendere che lavora su immaginario e dimensione viscerale, che ricerca il lato più intimo e ombroso in una messa in scena più obliqua che diretta su un'azione
o meglio su corpi perturbanti, laddove i personaggi sono antieroi, mostruosi o almeno brutti, così brutti e deformi da provocare immediatamente la repulsione, ma anche l'attrazione.
Giacomo Rizzo è attore "segnato". Il suo viso è autentico. Ma questa autenticità serve a Sorrentino a procedere lungo il percorso delle
abiezioni comuni, quotidiane. Si potrebbe inferire che Giacomo Rizzo è solo una delle tante facce della società italiana: quella usuraia e predatoria, attaccata miseramente
al denaro. Non si tratta di morbosità, ma di un vizio letale, che conduce al macello le persone. Le impoverisce, rendendole sgraziate, misere.Sorrentino preferisce i primi e primissimi piani e scivolare con la mdp nelle atmosfere nere degli spazi interni. L'abitazione di Giacomo Rizzo è poco illuminata, sul letto la sagoma della madre sembra l'ombra di un animale in gabbia, al quale il figlio si avvicina con tutta l'ambiguità possibile. Tanto che in una scena non si capisce bene se il contatto con la madre coincida anche con un morboso rapporto carnale tra due esseri. Il cinema di Sorrentino è una presentazione nuda e cruda della realtà. In questo senso vale mille volte più di un qualunque reportage. Perché è il carattere antropologico, il discorso sugli uomini che si trova al centro dello spettacolo cinematografico. E come in un circo felliniano la carrellata di personaggi è già cinema e film, anche senza l'architettura filmica della scenografia, del paesaggio geografico. Quest'ultimo è non meno importante, laddove è pronto ad individuare un riferimento al fascismo, nella Sabaudia tronfia e mefitica, al contempo provincia e centro di tutti i sistemi sociali economici e politici della Italietta di sempre. © 2006 reVision, Andrea Caramanna |
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