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La Fame e La Sete

1h 32'

Regia: Antonio Albanese



Di certi film si potrebbe parlare per ore esaminandone le mille sfaccettature e procedendo ogni volta da un diverso punto di partenza. Per altri basterebbero poche parole per dire tutto, finendo la nostra analisi lą dove č iniziata. Una visione critica de La Fame e La Sete potrebbe ad esempio servire ad introdurre una riflessione sul preoccupante stato di salute della "comicitą" nostrana contemporanea (Ceccherini, Panariello...) o sui rapporti sempre pił confusi tra cinema e televisione, televisione e cabaret, cabaret e cinema, ma la scelta di non parlarne affatto, rifugiandoci in un silenzio non arrendevole ma protettivo, sarebbe probabilmente la soluzione da preferire, se non fosse per il rispetto che nutriamo nei confronti di Antonio Albanese attore. Un attore forse unico nell'attuale panorama italiano, in grado di rinnovarsi e riproporsi in ruoli sempre diversi, passando con naturalezza estrema dai palcoscenici teatrali agli studi televisivi dei programmi che hanno consacrato il suo talento di comico ("Su La Testa", "Mai Dire Gol"), per poi rivelarsi, a sorpresa, uno straordinario attore drammatico con Vesna Va Veloce e Tu Ridi.
Di Antonio Albanese regista, all'epoca del suo esordio con Uomo D'Acqua Dolce, non avevamo di certo apprezzato il talento, ma il coraggio sģ, la volontą e la forza di non nascondersi dietro uno di quei personaggi che gli avevano regalato la notorietą per tentare la strada di un film leggero e delicato che, in qualche modo, tagliasse il filo che legava l'Albanese Attore al suo passato televisivo. E da questo punto di vista La Fame e La Sete, con la sua galleria di personaggi gią visti, non puņ che rappresentare un brusco passo indietro.

Paura o solo ingordigia? Rispolverare Alex Drastico č facile, mettergli accanto due fratelli gemelli dalle caratteristiche fisiche e comportamentali opposte č sicuramente divertente (basta accontentarsi...) ed altrettanto facile. E' cosģ che incontriamo Alex, disoccupato con la passione per la fotografia, che non ha mai lasciato la sua Sicilia e vive coccolato dalla madre e dalle altre donne di casa preoccupate solo di mantenergli la pancia bella tonda, Salvatore, emigrato al nord in tenera etą, che ha cambiato il nome in Ivo Perego trasformandosi in un imprenditore razzista schiavo dei soldi e del desiderio di imporre costantemente il proprio potere, e Pacifico, buono, mite e dimenticato da tutti, anche da sua madre. L'alibi narrativo che unisce le performance dei "tre" č il funerale del padre, momento centrale di un'esile trama nella quale Albanese e Vincenzo Cerami, autori anche questa volta di soggetto e sceneggiatura, sembrano costantemente smarrirsi, quasi a ribadire il totale disinteresse per una storia che serve solo a dare ad Albanese tutto lo spazio di cui ha bisogno, uno spazio, peraltro, sfruttato dall'attore alla perfezione grazie alla sua bravura e ad una mimica sempre eccelsa. Anche i tre personaggi, tutto sommato, funzionerebbero egregiamente, se non diventassero delle sterili macchiette, finendo per risentire del vuoto assoluto che li circonda e che non conduce nč la storia in sč nč le loro personali vicende verso alcuno sviluppo sensato: uno si ritrova su una nave diretta in Albania, un altro ad inseguire il feretro paterno, il terzo a scatenarsi in un frenetico ballo con quella che dovrebbe essere stata una sua vecchia fiamma. Dovrebbe, e questa volta il condizionale č d'obbligo, procedendo tutto il film fra rivelazioni che non rivelano nulla, dubbi destinati a rimanere tali ed una sola certezza finale, quella di avere a che fare con l'ennesima occasione fallita.

© 1999 reVision, Carlo Cimmino



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